Lavoro: nel modenese diminuisce ricorso ad ammortizzatori sociali, ma resta la precarietà
Attraverso una nota stampa, la Cgil Modena interviene sulla situazione relativa al mercato del lavoro nel modenese:
"La crisi produttiva a Modena, provocata dalla pandemia Covid 19, pare superata, insieme alle preoccupazioni riguardanti il rialzo dei prezzi dell’energia e le difficoltà di reperimento dei semiconduttori, che sembrano non incidere, ad oggi, sulla capacità di tenuta delle imprese. Almeno per quanto riguarda quanto fotografato dai dati relativi alle ore di ammortizzatori sociali autorizzate dall’Inps. Rispetto al 2021, infatti, il 2022 vede una variazione complessiva (CIG e Fondi di integrazione salariale) in Emilia Romagna del -80,4%, con il dato della nostra provincia che vede calare le ore di CiG ( CigO, CigS e CigD) da 25 milioni di ore del 2021 a 5 milioni di ore nel 2022. I dati mostrano come questa importante variazione riguardi tutti i settori a livello regionale, con picchi per l’artigianato e il commercio. Settori che nel 2021 avevano visto un calo più contenuto rispetto all’industria, in ripresa dopo il primo anno di pandemia. Questi dati non solo evidenziano un forte rallentamento dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali anche a Modena, ma ci mostrano come le ore di Cassa Integrazione siano arrivate alla soglia di utilizzo che potremmo definire “fisiologico”, in linea con i dati del 2019, pre pandemici, in cui l’utilizzo degli ammortizzatori sociali era pressoché lo stesso (5.140.691 ore). “Questi dati positivi - sottolineano Fernando Siena e Roberta Orfello della segreteria Cgil Modena, - non devono però farci trascurare la situazione del mercato del lavoro che mostra, ormai in continuità con gli anni passati, la sua enorme fragilità: più della metà dei nuovi ingressi sono con contratti precari, a tempo determinato o in somministrazione”. La ripresa dell’economia e delle imprese modenesi non si riflette sulla stabilizzazione di lavoratrici e lavoratori che, come mostrano i dati, rimangono precari, con bassi salari e in particolare per la componente femminile, interessati da part time involontari. Con la ovvia difficoltà per i lavoratori di poter programmare i percorsi di carriera e crescita professionale e con essi la propria vita. Tale condizione, rischia di essere ulteriormente aggravata nel 2023, dall’ampliamento dell’utilizzo dei voucher voluti dal Governo di centrodestra e dalla possibilità che venga allargato l’utilizzo dei contratti a termine, mediante la cancellazione dei vincoli e delle causali previsti per questi contratti. “La nostra preoccupazione - affermano i sindacalisti Cgil - è che il 2023 possa caratterizzarsi come l’anno in cui all’interno delle aziende si moltiplicheranno lavoratori con contratti atipici e si vedrà una migrazione da contratti subordinati a partite Iva o presunte tali aggiungendo l’ulteriore preoccupazione per quanto riguarda esternalizzazioni e appalti non genuini all’interno dei processi produttivi”.
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