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03 Maggio 2026
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Alla scoperta del Museo del Biomedicale di Mirandola

museo biomedicale mirandolaPer andare alla scoperta del Museo del Biomedicale di Mirandola bisogna addentrarsi nel centro storico della città dei Pico. Qui in via Focherini 17, defilato dal via vai cittadino e dal traffico dei viali, c'è un tesoro prezioso di Mirandola, raccolto e conservato con cura da Paolo Poggioli, ingegnere imprenditore del biomedicale in pensione.

E' lui che ci accompagna, novello Virgilio, a fare quattro passi nella storia del distretto industriale più importante della nostra zona. Una storia recentissima, perché è appena dagli anni Sessanta che la tigre della Bassa ruggisce in tutto il mondo.
Per capire esattamente di cosa parliamo, la portata rivoluzione che ha avuto questo settore industriale, il Museo del Biomedicale apre con il suo piatto forte: una stanza per la dialisi degli anni Sessanta, ricostruita con gli arredi e i macchinari dell'epoca.
Al paziente, allettato, bisogna depurare il sangue facendo fare alla macchina il lavoro che i suoi reni malati non fanno più. Una situazione che fino a poco tempo prima portava alla morte, perché non c'era modo di guarire. Invece ora con il rene artificiale si guadagna vita. Il primo costruito in Italia è stato realizzato a Mirandola, ed eccolo qui: una macchina grande quanto un forno che filtra e depura il sangue e ci mette fino a 13 ore a seduta. Sì, tredici ore di seduta per ogni paziente.
Oggi si usano invece dispositivi portatili grandi quanto un cellulare, che lo stesso lavoro lo fanno in tre ore a seduta. Che progresso!

Tra una antica macchina per plasmaferesi per recuperare il plasma per vari usi chirurgici e uno storico casco respiratorio (il "nonno" dei caschi che abbiamo visto - ahinoi  - durante il Coronavirus) occhieggia una foto di Mario Veronesi a grandezza naturale.

Fu proprio Veronesi che diede il via al distretto biomedicale della Bassa. A metà anni Sessanta fondò  una società (Miraset) per la produzione di dispositivi per infusione, cui seguì la Steriplast e la Dasco: aveva capito che negli ospedali era scomodo e antigenico lavare ogni volta cannule e dispositivi: meglio la plastica usa e getta. Fu una rivoluzione nella sanità, e un tornado di opportunità di lavoro per la gente della Bassa.

Dai dispositivi usa e getta di plastica si passò presto a progettare e produrre le macchine che li usavano, e lì fu un proliferare e di grandi e piccole imprese. Emodialisi, cardiochirurgia, anestesia, plasmaferesi, ginecologia: n tutti i settori si usano dispositivi e macchinari made in Mirandola.

Nella Bassa, tra Medolla, Cavezzo, Concordia, San Felice e Mirandola, oggi sono tante le aziende che continuano ad animare il distretto biomedicale. La loro storia viene raccontata nel percorso museale con le macchine, i prodotti, i trasferibili, le foto, i disegni tecnici. Notevole, ad esempio, il disegno a china, in scala 1:1, di un preparatore automatico per la dialisi prodotto dalla Dasco. E, tra le foto, quella che ha immortalato Poggioli e altri ingegneri della ditta Dasco-Sandoz a fare un casareccio spionaggio industriale: passarono la notte in un ospedale che aveva in prova una macchina della concorrenza per studiarne tutti i dettagli.

Il museo del biomedicale - che dà la possibilità di visitare una vera e propria camera bianca, come quelle sterili dove ancora oggi le operaie assemblano le plastiche -  ha anche una sezione “contemporanea” dove sono in mostra i prodotti attuali di alcune aziende come Baxter, BBraun, Bellco, Eurosets, Fresenius, Lean, Livanova, Rimos, Sidam, Sterigenics, Tecna e dei pannelli di Assobiomedica ed HMC.

Il Museo è aperto al sabato mattina ed alla domenica pomeriggio, ma per visite fuori dagli orari ufficiali si può contattare Paolo Poggioli (335 377408): sarà più che felice di accompagnarvi alla scoperta della storia del biomedicale.

 

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