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05 Maggio 2026
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Con “Pane e petrolio”, dedicato a Pasolini, chiude la stagione teatrale a Mirandola

Con lo spettacolo dedicato a Pier Paolo Pasolini “Pane e petrolio” di e con Paola BerselliLuigi Dadina e Stefano Pasquini in cartellone da mercoledì prossimo 20 aprile a venerdì prossimo 22 aprile all’Auditorium Rita Levi Montalcini di Mirandola si conclude la stagione teatrale 21/22 curata da ATER Fondazione in collaborazione con l’Amministrazione comunale. Inizio alle 20.30, posti limitati sul palcoscenico; biglietto intero 15 euro, ridotto 13. Prenotazioni e prevendite: mirandola@ater.emr.it, 0535/22455. Biglietteria dalle ore 17 fino alle ore 20.30 di ogni giorno di spettacolo.   “Pane e petrolio” vede sul palcoscenico assieme a Berselli, Dadina e Pasquini anche Maurizio Ferraresi; regia di Stefano Pasquini con la collaborazione di Laura Gambi; organizzazione di Irene Bartolini e Veronica Gennari, tecnica di Dennis Masotti. Una coproduzione Teatro delle Ariette con Luigi Dadina/Teatro delle Albe.
In “Pane e petrolio” ci si siede attorno a un tavolo, con i tortelli della mamma di Dadina e il pane e formaggio delle Ariette;  si parla dei nostri (loro) padri, della terra, della trasformazione velocissima del nostro mondo, anche attraverso le parole di Pasolini (da PetrolioLe ceneri di GramsciAmado mio); ma la “e” del titolo racconta già molto dello spettacolo, in cui la nostalgia per la “perdita” (di una tradizione agricola e artigianale, di valori, di saperi) non si trasforma in “ideologia pasolinana” (per lui la tradizione, cioè il rifiuto del consumismo industriale, è l’unica possibilità di rivoluzione), ma semplicemente in “problema”: perché sappiamo bene il valore del  pane, ma d’altra parte non possiamo più vivere senza petrolio. Lo spettacolo nasce dal desiderio di incontro umano e artistico tra le due compagnie Ariette/Albe, un incontro preparato nel tempo, con percorsi di ricerca teatrale già da molti anni (20 anni) paralleli. In tutto questo tempo entrambe le compagnie hanno abbandonato le strade maestre per inoltrarsi in sentieri lontani dai sipari e dai velluti, ritrovando le radici del fare teatro, le umili origini di figli di un mondo contadino e operaio apparentemente scomparso. Di quel mondo gli autori-attori continuano a portare i segni, negli occhi, nella voce, nel corpo, nelle mani e soprattutto nella testa, dentro. Quando fanno teatro sono artigiani, contadini, operai. Portano in scena anche loro stessi, con le loro storie e le loro esperienze di vita. E la scena è uno spazio intimo e condiviso con gli spettatori. È un grande tavolo attorno al quale gli attori si muovono per preparare il cibo che poi mangeranno insieme al pubblico, i tortelli, il pane... Attorno a quel tavolo si compie il rito laico e quotidiano del nutrimento.
Tra racconti personali e poetica pasoliniana si dipana un racconto di commovente poesia e altamente civile.   Note di regia “Il progetto nasce dal desiderio di un incontro umano e artistico, un incontro preparato nel tempo, quasi senza volerlo, perché i nostri percorsi di ricerca teatrale sono stati già da molti anni (20 anni) percorsi paralleli, che si osservavano, si chiamavano, dialogavano e avevano bisogno prima o poi di convergere. In tutti questi anni, con il teatro, abbiamo interrogato un'identità comune per trovare risposte alle nostre inquietudini. Abbiamo abbandonato le strade maestre del teatro per inoltrarci in sentieri lontani dai sipari e dai velluti. Grazie a questi sentieri abbiamo ritrovato le nostre radici, le umili origini di figli di quel mondo contadino e operaio, incarnato nei simboli della falce e del martello. Un mondo oggi apparentemente scomparso. La società contemporanea, che viaggia a velocità supersonica, ne conserva incrostate le tracce nelle Periferie e nelle Province. Lì abita il nostro popolo e stanno i nostri spettatori ideali, lì vivono i ragazzi e i cittadini che frequentano i nostri laboratori, che fanno teatro con noi, da Lido Adriano a Valsamoggia, da Diol Kadd a Calais. Siamo cresciuti mentre si sbriciolava tutto. Pasolini lo racconta con dolore e lucidità. Siamo venuti al mondo generati dalle viscere di una civiltà morta (o morente). Di quella civiltà continuiamo a portare i segni, negli occhi, nella voce, nel corpo, nelle mani e soprattutto nella testa, dentro. È così chiaro! Quando facciamo teatro siamo artigiani, contadini, operai. Portiamo in scena noi stessi, con le nostre storie, le nostre esperienze di vita. E la scena è uno spazio intimo e condiviso con gli spettatori. È un grande tavolo attorno al quale ci muoviamo per preparare il cibo che poi mangeremo insieme, i tortelli, il pane... Attorno a quel tavolo si compie il rito laico e quotidiano del nutrimento. E i gesti, gli sguardi, i suoni e i silenzi si intrecciano alle parole, le nostre parole di vita, quelle che raccontano i fatti esclusi dai libri di storia. Alto e Basso, Passato e Presente, Grande e Piccolo, Vicino e Lontano, Tragico e Comico si danno appuntamento attorno a quel tavolo per il tempo di uno spettacolo che assomiglia a un pranzo o a una cena che potrebbe essere l'ultima, la prima, oppure soltanto una cena qualsiasi, come in famiglia.” (Paola Berselli, Stefano Pasquini)

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