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15 Maggio 2026
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L’inquinamento atmosferico aumenta il rischio di demenza e indebolisce la memoria

MODENA- Uno studio particolarmente innovativo, quello condotto dai ricercatori del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze, che hanno pubblicato la prima meta-analisi dose-risposta mai realizzata riguardante gli effetti dell’inquinamento atmosferico sull’ippocampo, struttura cerebrale di grande importanza per la memoria e per il decadimento cognitivo.

Prima autrice della ricerca è la ventiquattrenne modenese Erica Balboni, laureatasi in Fisica ad Unimore, attualmente specializzanda in Fisica Sanitaria presso il Policlinico di Modena e assegnista di ricerca al Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze (BMN) nell’ambito del progetto ministeriale ‘Dipartimenti di Eccellenza 2018-2022’, precedentemente coordinato dal professore Carlo Adolfo Porro e ora diretto dal professore Michele Zoli.

Lo studio, dal titolo “The association between air pollutants and hippocampal volume from magnetic resonance imaging” e in corso di pubblicazione sulla rivista internazionale di Sanità Pubblica e Medicina Ambientale “Environmental Research”, si è proposto di valutare se l’inquinamento atmosferico da polveri sottili e da ossidi di azoto potesse influenzare negativamente il volume dell’ippocampo e di conseguenza le sue importantissime funzioni cognitive e di memoria, aumentando il rischio stesso di demenza.

Gli autori hanno raccolto tutti gli studi neuroepidemiologici sino ad oggi pubblicati su questa tematica, richiesto in alcuni casi ai singoli gruppi di ricerca ulteriori dati non pubblicati, ed infine utilizzato tecniche statistiche avanzate di meta-regressione. I risultati ottenuti hanno evidenziato come le polveri sottili e in particolare il cosiddetto particolato fine (PM2,5) siano associati ad una significativa riduzione del volume di questa fondamentale struttura cerebrale. Assente invece è apparsa una relazione tra danni all’ippocampo e biossido di azoto, un altro noto inquinante delle sorgenti di combustione, incluso il traffico autoveicolare.

Un ulteriore significativo risultato emerso da questa analisi è consistito nella comparazione tra effetto dell’inquinamento atmosferico e dell’invecchiamento sulla riduzione di volume dell’ippocampo. Gli autori hanno stimato come l’incremento dei livelli di inquinamento ambientale di 10 µg/m3 di PM2,5 determini un effetto simile a quello esercitato da un anno di ‘età anagrafica’, permettendo quindi di individuare un effetto vero e proprio di invecchiamento precoce indotto da elevati livelli di inquinamento dell’aria esterna. Tale osservazione rende di conseguenza ancora più significativi gli effetti positivi sulla salute dovuti agli interventi di mitigazione ambientale e sanità pubblica. Tale effetto benefico della riduzione dell’esposizione alle polveri fini è apparso più marcato ad elevati livelli di inquinamento ambientale, evidenziando una relazione definibile sul piano statistico come ‘non-lineare’.

L’attività del gruppo di ricerca neuroepidemiologico, coordinato dal professore Vinceti, intende adesso approfondire in modo sistematico gli effetti dell’esposizione a fattori ambientali di rischio sulle strutture cerebrali. Tale attività sarà condotta in collaborazione con il gruppo di ricerca guidato dalla professoressa Giovanna Zamboni, associata di Neurologia Unimore, con i dottori Gabriele Guidi e Luca Nocetti del Servizio di Fisica Sanitaria del Policlinico di Modena per quanto riguarda gli studi di neuroimaging strutturale e funzionale, e con il professore Giuseppe Pagnoni, associato di Fisiologia Unimore, per quanto riguarda il filone di ricerca neurofisiologico.

“Condurre analisi statistiche avanzate sugli esiti delle valutazioni di neuroimaging – afferma la dottoressa Erica Balboni - può fornire risultati di notevole interesse nell’ambito della sanità pubblica, evidenziando altresì l’importanza della ricerca nell’ambito delle neuroimmagini e della neuroepidemiologia. Ringrazio il professore Vinceti e il dottor Filippini per avermi dato la possibilità di lavorare su questo progetto interdisciplinare, ampliando le mie competenze in termini epidemiologico-statistici e permettendomi di mettere a frutto quanto appreso nel corso di studi in Fisica e nella mia attività presso il Servizio di Fisica Sanitaria dell’Azienda Policlinico di Modena”.

 “Vi è una tendenza generale – commenta il professore Marco Vinceti - a incorporare gli aspetti di neuroimaging in ambito neuroepidemiologico, al fine di identificare precocemente sia nel bambino che nell’adulto i fattori ambientali di rischio del decadimento cognitivo e delle malattie neurodegenerative. A tale proposito, non posso che rilevare e ringraziare la straordinaria  opportunità offertaci dal sostegno del Progetto MIUR Dipartimenti di Eccellenza del nostro Dipartimento BMN e del FAR UNIMORE-FOMO, nonché l’importanza esercitata dalla collaborazione interdisciplinare tra competenze biomediche (Fisiologia, Neurologia e Sanità Pubblica) e fisico-sanitarie, realizzando in tal modo una proficua interazione tra ambiti apparentemente così lontani”.

 “La sofisticata ricerca del gruppo del professore Vinceti – commenta il professore Michele Zoli, direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze – tocca un argomento di grande attualità ed interesse sanitario e sociale nel senso più ampio, ovvero il possibile impatto di alcune forme di inquinamento sul decadimento cognitivo. L’evidenza di queste associazioni epidemiologiche è fondamentale per indirizzare la ricerca verso specifici fattori di rischio e meccanismi neurobiologici, e darà quindi importanti frutti in diversi ambiti biomedici”.

 Lo studio è stato sostenuto sia dal Progetto ‘Dipartimenti di Eccellenza 2018-2022’ che dal finanziamento “Fondo di Ateneo per la Ricerca” Unimore-Fondazione Cassa di Risparmio di Modena 2019, conferito al professore Marco Vinceti del BMN, tutor della dottoressa Balboni e del dottor Tommaso Filippini, dottorando di ricerca in Medicina Clinica e Sperimentale e ricercatore Unimore a tempo determinato. I tre ricercatori del BMN hanno condotto tale progetto di ricerca nel contesto di una collaborazione internazionale comprendente ricercatori del Brain Research Center e dell’Institute of Global Health di Barcellona e delle università statunitensi di Harvard e Brigham Young.

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