Scelse l’orrore dei campi di concentramento per non tradire l’Italia. Il sanfeliciano Renzo Silvestri ci lasciava un anno fa
“Un giorno la guardia aveva detto a noi prigionieri che per Natale ci avrebbero dato un pranzo speciale. Il gran giorno il piatto è arrivato: un po’ di brodo con due tagliatelle. Certo era meglio del pasto di tutti i giorni: un filone di pane da dividere tra sei prigionieri”. È uno dei molti ricordi che Renzo Silvestri si portava dietro anche 80 anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, nella quale aveva combattuto fino all’Armistizio, per poi finire in un campo di prigionia.
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Silvestri è scomparso un anno fa esatto, in data 1 marzo 2025, all’età di 103 anni. Nato il 22 settembre 1921, Renzo Silvestri aveva prestato servizio militare nella ex Jugoslavia fino al 8 settembre 1943. Per essersi rifiutato di continuare a combattere al fianco dei tedeschi, era stato deportato in un campo di prigionia militare in Germania e costretto ai lavori forzati. “I militari tedeschi ci insultavano e maltrattavano – aveva ricordato Renzo Silvestri in un’intervista registrata pochi anni fa, quando aveva 100 anni – Ci chiamavano ‘badogliani’ e ci picchiavano. Il cibo era poco, si dormiva male, ero arrivato a pesare 40 chili e vi lascio immaginare come potessi lavorare in quelle condizioni. Nella fabbrica di zolfo non respiravo e avevano dovuto spostarmi prima in miniera poi agli scavi, ma non è che il lavoro fosse molto migliore. Se non scattavi ti prendevano a calci e botte”.
Così per circa un anno e mezzo. Poi una mattina le guardie erano sparite: la guerra era finita, iniziava l’odissea di Silvestri per ritornare a San Felice, viaggiando in treno, facendo l’autostop, camminando. In Trentino aveva incontrato un camionista diretto a Modena. Nell’intervista Silvestri ricorda la gioia indescrivibile nel sentire il trasportatore pronunciare il nome di quella città: “Arrivato a Modena ero ancora vestito da prigioniero, in centro mi fermavano per chiedermi se stavo bene. Poi ho preso un treno per Rivara e da lì un amico mi ha portato a casa in bicicletta”.
Quando deve rievocare il momento in cui ha rivisto i suoi famigliari Silvestri glissa un po’, come se fosse impossibile parlare di quello che ha provato in quegli istanti. Affacciarsi un’altra volta sull’abisso dell’orrore può essere insostenibile e il pudore è la conseguenza della grande paura che il reduce ha provato in guerra. “Ero stato via cinque anni”: in queste poche parole al termine del racconto, Silvestri riassume tutto lo spettro di emozioni inesprimibili che ha attraversato. Durante l’intervista in più occasioni i suoi occhi diventano umidi, la voce viene rotta dalla commozione e l’uomo è costretto a lunghe pause prima di ricominciare il racconto. In quei silenzi, in quegli sguardi, c’è un ritratto dell’orrore della guerra molto più eloquente di quello che potrà mai esserci in cento libri.
In seguito si sarebbe sposato, avrebbe avuto due figlie e avrebbe lavorato all’ospedale civile di San Felice come autista di ambulanze. Per aver preferito l’inferno dei lavori forzati piuttosto che spalleggiare i nazisti, ancora oggi Renzo Silvestri è considerato dalle autorità locali uno degli eroi della Bassa che, in vario modo, hanno dato un contributo alla Resistenza italiana.
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