Respiriamo meglio, ma non abbastanza: l’Emilia-Romagna sotto esame dell’Europa. E Modena è maglia nera
L’Emilia-Romagna respira un’aria leggermente migliore, ma il rischio di finire fuorilegge è tutt’altro che scongiurato. Quando nel 2030 entreranno in vigore i nuovi e più severi limiti europei sulla qualità dell’aria, la regione potrebbe trovarsi impreparata, nonostante i passi avanti degli ultimi anni.
A dirlo è il rapporto “Mal’Aria di Città 2026” di Legambiente: oggi 31 stazioni di monitoraggio su 43 superano già il futuro limite per il Pm10, mentre la situazione è ancora più critica sul Pm2.5, con solo due stazioni su 24 in regola con i parametri che diventeranno obbligatori tra cinque anni.
Nel 2025 appena concluso, Modena è stata l’unica città emiliano-romagnola a sforare i limiti attuali, raggiungendo 40 giorni oltre la soglia giornaliera di polveri sottili, contro i 35 consentiti dalla normativa vigente. Ed è proprio Modena a presentare il quadro più complesso: per rientrare nei nuovi standard europei dovrà ridurre del 29% il Pm10 e addirittura del 43% il Pm2.5. Dietro di lei Parma, Piacenza e Reggio Emilia, chiamate a tagli altrettanto significativi.
Bologna sembra invece poter centrare l’obiettivo: partendo da una concentrazione media di 21 microgrammi per metro cubo di Pm10, le proiezioni al 2030 la collocano a 18 microgrammi, sotto la soglia europea di 20. Anche Ravenna viaggia sul filo, con valori attuali di 21 e una previsione di 20.
Preoccupante resta anche il fronte del biossido di azoto: dieci stazioni di traffico urbano superano già oggi i 25 microgrammi per metro cubo che diventeranno il limite nel 2030. La situazione peggiore si registra ancora una volta a Modena, seguita da Rimini e Reggio Emilia.
Eppure il quadro generale racconta anche una storia diversa. Rispetto al quinquennio 2018-2022, le concentrazioni di Pm10 sono diminuite del 13%, quelle di Pm2.5 del 15% e il NO₂ del 19%. I superamenti dei limiti giornalieri di Pm10 si sono addirittura ridotti del 60%. Segnali incoraggianti, che però potrebbero non bastare.
Il nodo, sempre più evidente, è strutturale. Senza un vero collegamento efficiente tra il capoluogo Modena e la sua provincia, in particolare la Bassa, è difficile immaginare una riduzione drastica delle emissioni legate al traffico privato. Se pendolari e cittadini non hanno alternative credibili all’auto, pretendere di centrare obiettivi così ambiziosi rischia di restare un esercizio teorico.
Come sottolinea Legambiente, «le concentrazioni di inquinanti sono diminuite in modo significativo negli ultimi anni», ma la nuova direttiva europea impone scelte più coraggiose. Senza investimenti seri su trasporto pubblico, mobilità intercomunale e infrastrutture, soprattutto nei territori periferici, l’aria potrà anche migliorare, ma non abbastanza da evitare la sanzione europea.
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