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28 Marzo 2026
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«Non ragionate sui posti letto»: Carpi e Mirandola saranno ospedali di pari livello

MIRANDOLA - La sanità ospedaliera? Non è più una questione di posti letto. Lo dice, nero su bianco, il monitor alle spalle del Direttore Generale dell’Ausl di Modena, allestito a Palazzo Vischi dove nei giorni scorsi si è tenuto l'incontro pubblico "Un patto per la sanità pubblica territorialeIl percorso verso il sistema integrato Nord Modenese”, la cui cronaca la riprendiamo dal quotidiano La Pressa.

Uno slogan efficace, quello del Dg Altini, quasi pubblicitario, che però suona come una risposta definitiva – e forse liquidatoria – a una richiesta che a Mirandola si ripete da anni: ripristinare i posti letto pre-sisma al Santa Maria Bianca.

Nel nuovo piano di riorganizzazione dell’Area Nord, l’ospedale di Mirandola dovrebbe essere “elemento della rete provinciale” al pari di Carpi. Pari livello, si dice. Anche in vista del nuovo ospedale carpigiano, quello da 100 milioni di euro – cifra importante, ma con soli 57 milioni garantiti dalla Regione e il resto affidato all’incognita del project financing.

E comunque, nella migliore delle ipotesi, se ne parla tra almeno dieci anni. Intanto, però, una cosa è chiara: il progetto di un grande ospedale baricentrico per l’Area Nord è definitivamente tramontato. E non è una questione semantica. Il nuovo ospedale sarà baricentrico a Carpi, non a Mirandola, che pure resta il centro geografico e territoriale dell’Area Nord. Una scelta che non è tecnica, ma politica.

Fino a ieri i distretti erano due: Carpi e Mirandola. Oggi diventano un unico Distretto Nord. Ma il baricentro non è Mirandola: è Carpi. Da qui la protesta con i cartelloni portati dal Comitato Salviamo l'ospedale della Bassa. 
Una decisione che riapre ferite mai del tutto rimarginate, soprattutto per chi conserva ancora sugli scaffali il volume dei primi anni ’90 in cui si immaginava un grande ospedale dell’Area Nord a Mirandola, firmato da Giuliano Barbolini e Giancarlo Muzzarelli. Gli stessi nomi che, in ruoli diversi, hanno segnato la sanità modenese negli ultimi decenni. Corsi e ricorsi di una politica sostanzialmente monocolore che oggi approda alla soluzione dell’“integrazione delle funzioni”: due ospedali, una rete, tante etichette in inglese.

E il ricordo di quel PAL che quindici anni fa sancì il declassamento di Mirandola rispetto a Carpi. Il timore, diffuso e neppure troppo sottotraccia, è che questa volta la linea sia tracciata davvero. Al di là dei piani presentati, delle slide aggiornate e dei direttori generali che, a ogni cambio di vertice, correggono implicitamente i predecessori, la direzione sembra ormai definita. Nella cornice elegante di Palazzo Vischi, sede della Fondazione bancaria di Mirandola – un luogo che parla di futuro – in pochi sembravano credere fino in fondo alla narrazione dei “due spoke allo stesso livello”. A nutrire dubbi non sono solo i cittadini, ma anche nomi storici della sanità provinciale di origine mirandolese, come il dottor Toscani, già responsabile provinciale dell’emergenza-urgenza, e il dottor Penitenti, medico di lungo corso e referente del comitato pro-ospedale. Le voci dalla platea Gli interventi dei cittadini hanno riportato il dibattito dal piano teorico a quello concreto. Quattro i nodi ricorrenti: liste d’attesa, funzionamento del Pronto Soccorso, viabilità tra Mirandola e Carpi, ruolo futuro dei due ospedali. Una paziente oncologica ha denunciato tempi di attesa per controlli dermatologici che arrivano a 10-12 mesi. Stessa situazione per la figlia, operata per melanoma.

Non una statistica, ma una storia familiare che mette in discussione l’efficacia del sistema. La richiesta è chiara: come si intende intervenire? E si può davvero pensare di ampliare le competenze dei medici di medicina generale in ambito specialistico per alleggerire il carico? Un’ex infermiera ha chiesto di tradurre in pratica l’espressione “ospedali di pari livello”. Pari in cosa? Nei servizi? Negli investimenti? Nelle professionalità? O solo nelle definizioni?

Il consigliere comunale Giorgio Siena ha attaccato frontalmente la scelta di mantenere due strutture distinte.

A suo avviso, un ospedale unico e baricentrico sarebbe stato più razionale e lungimirante. L’occasione, sostiene, è stata persa dodici anni fa per responsabilità della politica locale. E ora il territorio rischia di pagarne il prezzo per decenni. Ancora più duro l’intervento di un medico di famiglia mirandolese in pensione. Ha richiamato l’attenzione sulla fragilità della viabilità, in particolare sul ponte di Montemurlo, spesso chiuso per le piene del Secchia.

Ha denunciato la carenza di personale al Pronto Soccorso di Mirandola, chiedendo se sia vero che nelle ore notturne il servizio sia garantito da un solo medico e un solo infermiere. Ha raccontato il caso della figlia, rimasta 48 ore su una barella per mancanza di posti letto. E ha segnalato problemi di sicurezza all’ingresso del PS nelle ore pomeridiane, in assenza della guardia giurata. Infine, un cittadino ha osservato che, ascoltando i primari, l’ospedale di Mirandola appare già oggi efficiente e ben funzionante. La domanda, allora, è semplice: cosa cambierà davvero con il nuovo ospedale di Carpi?

E, in un contesto di risorse limitate, non è inevitabile che la struttura considerata “principale” finisca per assorbire la quota maggiore di investimenti?

Altini: “Integrare, non dividere” Il Direttore Generale Mattia Altini ha scelto di rispondere punto per punto, rivendicando una visione complessiva: la riorganizzazione dell’Area Nord si inserisce in un disegno provinciale più ampio.

L’obiettivo, ha spiegato, è valorizzare le eccellenze dei singoli presidi e costruire un documento di programmazione equivalente al vecchio PAL, ma senza replicarne l’impostazione. La sanità, ha sottolineato, è cambiata: molte attività un tempo svolte in ricovero oggi sono ambulatoriali. La qualità non si misura più contando i posti letto, ma valutando la capacità di risposta ai bisogni. Serve una rete di prossimità in grado di gestire urgenze minori e specialistica di base, evitando duplicazioni. Le 28 Case di Comunità non sono un’aggiunta, ma una trasformazione strutturale: ciò che oggi è ospedaliero, domani dovrà essere gestito più vicino al cittadino.

In questo quadro, Carpi e Mirandola devono funzionare come “un unico ospedale su due sedi”, con attività distribuite secondo criteri clinici e di sicurezza. Alcune prestazioni possono restare in entrambe le strutture; altre, come nel caso dei tumori rari, devono essere concentrate per garantire qualità. Sulle liste d’attesa, Altini ha ribadito che non basta aumentare l’offerta: occorre lavorare sull’appropriatezza delle prescrizioni, riducendo gli esami inutili che congestionano il sistema. Quanto al caso segnalato al Pronto Soccorso di Mirandola, ha assicurato verifiche, pur invitando a non generalizzare da un singolo episodio. La sintesi è tutta in una frase: “Modernità significa integrare, non dividere”. Resta però una domanda, che aleggia tra le colonne di Palazzo Vischi e tra le strade dell’Area Nord: integrazione significa davvero equilibrio tra due presidi, o è il modo più elegante per accompagnare, senza dirlo apertamente, uno spostamento progressivo del baricentro?

Il commento del Comitato Salviamo l'ospedale della Bassa è lapidario:

Questo patto una volta firmato, quando sarà terminato il Ramazzini, determinerà la morte del S. M. Bianca come ospedale e la sua trasformazione in poliambulatorio dotato di Day-hospital
 

 

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