Agricoltura Emilia-Romagna, 30mila aziende a rischio chiusura: pesa la crisi dei redditi e l’incubo Mercosur
In Emilia-Romagna l’agricoltura rischia una vera e propria emorragia di imprese. Secondo un’indagine di Agri2000 Net, società di servizi specializzata nel settore primario, fino a 30mila aziende potrebbero chiudere nei prossimi anni. Un numero che fotografa il disagio di un comparto strategico e che aiuta a comprendere perché migliaia di agricoltori abbiano portato i trattori nelle piazze italiane ed europee.
I dati, presentati al Forum dell’Imprenditorialità 2024 – dedicato al tema del passaggio generazionale – si basano su un campione di 1.600 aziende emiliane. Il quadro che emerge è critico: il 75% degli imprenditori agricoli con più di 50 anni non ha ancora individuato un successore. La metà degli intervistati prevede di vendere l’azienda, il 40% pensa di affittarla. Ancora più significativo è il dato culturale: l’83% di chi non ha un erede non sta nemmeno cercandolo e il 62% dichiara di non essere interessato a farlo neppure in futuro.
Proiettando questi risultati sui numeri del 7° Censimento generale dell’agricoltura, Agri2000 Net stima che, su 43mila aziende con titolare over 50, circa 30mila potrebbero cessare l’attività. Un’ipotesi che riguarda uno dei distretti agricoli più avanzati del Paese e coinvolge la maggioranza delle 54mila imprese agricole censite in Emilia-Romagna.
Alla base della rinuncia c’è soprattutto la scarsa redditività: il 70% dei produttori indica nei margini insufficienti il principale deterrente alla continuità aziendale. Eppure, lo stesso sondaggio restituisce anche un segnale in controtendenza: per una quota analoga di rispondenti, la leva che spinge i giovani verso i campi resta la passione. Un elemento immateriale che però fatica a compensare l’erosione dei redditi.
L’indagine, condotta tra novembre 2023 e gennaio 2024, anticipa di poche settimane l’ondata di proteste che ha attraversato l’Europa. Le ragioni variano da Paese a Paese, ma il denominatore comune è la compressione dei margini, stretti tra costi di produzione crescenti e prezzi di vendita stagnanti.
La scintilla è partita dalla Germania, dove il taglio ai sussidi sul gasolio agricolo, deciso in un contesto di crisi economica inattesa, ha acceso la protesta. Da lì, il malcontento si è esteso ad altri Stati membri, saldandosi attorno alle critiche alla Politica agricola comune e ad alcune direttrici del Green Deal europeo: dalla riduzione del 50% dei fitofarmaci entro il 2030 all’aumento delle superfici lasciate a riposo per finalità ambientali.
In questo scenario si inserisce anche l’incubo Mercosur, che continua ad aleggiare sulle campagne europee. L’eventuale accordo di libero scambio con i Paesi sudamericani viene percepito da molti agricoltori come un ulteriore fattore di squilibrio competitivo. Da un lato, l’Unione esporta prevalentemente prodotti industriali e importa materie prime agricole; dall’altro, nei Paesi extraeuropei sono ammessi principi attivi vietati in Europa, con costi di produzione più bassi e rese maggiori. Il timore diffuso è quello di una concorrenza asimmetrica, capace di mettere fuori mercato le produzioni comunitarie.
La rapidità con cui la Commissione europea ha alleggerito alcune misure del Green Deal e riaperto il confronto sugli accordi commerciali ha suscitato più di una perplessità. Analogamente, in Italia ha fatto discutere il ritorno, a poche settimane dalla reintroduzione, all’esenzione – almeno parziale – dell’Irpef agricola richiesta dai manifestanti.
Le istanze sollevate dai trattori non sono nuove: da tempo le organizzazioni di categoria segnalano la difficoltà strutturale delle aziende a garantire redditi adeguati. Il rischio, osservano diversi analisti, è che si intervenga solo sotto la pressione della piazza, indebolendo il ruolo dei corpi intermedi nel confronto democratico.
C’è chi interpreta le aperture di Bruxelles come una pausa tattica in vista delle elezioni europee. Se si tratti di una svolta strutturale o di un rinvio strategico lo diranno i prossimi mesi. Intanto, nelle campagne emiliano-romagnole, il nodo resta uno: senza redditività e senza ricambio generazionale, il futuro di migliaia di aziende appare appeso a un filo.
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