Accordo Ue-Mercosur, l’allarme dei cerealicoltori modenesi: “Così rischiamo di chiudere”
Se il dibattito sull’accordo Ue-Mercosur si concentra spesso sulla carne o sulle Dop, nella Bassa Modenese a tremare sono soprattutto i cerealicoltori. Chi coltiva mais, grano tenero o soia vede nell’intesa un possibile punto di rottura per un equilibrio economico già fragile.
Il nodo non è solo il libero scambio, ma la competizione tra sistemi produttivi profondamente diversi.
Costi di produzione: pianura padana contro latifondo
Coltivare un ettaro di mais in provincia di Modena significa sostenere costi elevati: terreni che possono valere tra 40 e 60 mila euro all’ettaro, irrigazione strutturata, concimi regolamentati, manodopera contrattualizzata, carburanti gravati da accise.
In Brasile o Argentina, le grandi aziende agricole operano su estensioni di migliaia di ettari, con costi fondiari drasticamente inferiori e una meccanizzazione spinta che riduce l’incidenza del lavoro per tonnellata prodotta. Le economie di scala incidono direttamente sul prezzo finale del cereale.
Il risultato è un differenziale che può superare il 30-40% sul costo di produzione per tonnellata.
La questione chimica: sostanze vietate in Italia, autorizzate altrove
Uno dei punti più sensibili riguarda l’uso dei fitofarmaci.
In Italia il glifosato è fortemente limitato e vietato in pre-raccolta. In molte aree sudamericane è invece utilizzato in modo sistematico come disseccante e diserbante totale, consentendo cicli colturali più rapidi e meno costosi.
L’atrazina, erbicida vietato nell’Unione europea dal 1992 per l’impatto sulle falde acquifere, è ancora impiegata in diversi Paesi del Mercosur nella coltivazione di mais e canna da zucchero.
Il paraquat, diserbante considerato altamente tossico e proibito in Europa, risulta ancora autorizzato in alcune realtà sudamericane, pur con restrizioni progressive.
Anche il fipronil, vietato in agricoltura nell’Ue per la sua pericolosità per le api, è utilizzato come insetticida in diversi contesti extraeuropei.
Per un agricoltore modenese questo significa investire di più in tecniche di lotta integrata, rotazioni colturali e prodotti alternativi più costosi. Se sul mercato arrivano mais o soia prodotti con costi chimici inferiori, il prezzo si abbassa e il margine locale si assottiglia.
Soia e mangimi: il cuore della filiera zootecnica
La soia è un altro punto critico. L’Emilia-Romagna produce soia per l’alimentazione animale, ma il Sud America è uno dei principali esportatori mondiali, con coltivazioni su scala industriale.
Molte varietà sudamericane sono geneticamente modificate (Ogm), mentre in Italia la coltivazione Ogm è vietata. Anche questo incide sui costi e sulle rese per ettaro.
Se l’import di soia o derivati aumentasse senza dazi, i prezzi potrebbero scendere, mettendo in difficoltà chi coltiva in pianura con rese inferiori e costi più alti.
Ambiente e irrigazione: un altro squilibrio
La cerealicoltura modenese è vincolata da normative stringenti su nitrati, gestione delle acque e rotazioni obbligatorie. I piani di concimazione devono rispettare limiti precisi, così come l’utilizzo delle risorse idriche.
In molte aree del Mercosur i vincoli ambientali sono meno stringenti o applicati con controlli meno capillari. Questo si traduce in maggiore flessibilità operativa e, spesso, in costi inferiori.
Il rischio concreto per la Bassa
Il timore espresso dalle organizzazioni agricole è che la grande distribuzione e l’industria mangimistica scelgano il prodotto più conveniente, comprimendo ulteriormente i prezzi all’origine.
Per un’azienda cerealicola della Bassa Modenese, già esposta alla volatilità dei mercati e ai costi energetici elevati, anche una riduzione di pochi euro al quintale può fare la differenza tra utile e perdita.
Il rischio non è un crollo immediato, ma un’erosione progressiva della redditività: meno investimenti, meno ricambio generazionale, più terreni abbandonati o convertiti ad altri usi.
L’accordo Ue-Mercosur, dunque, per chi coltiva cereali in pianura non è una questione ideologica. È una partita che si gioca sui centesimi al chilo e sulle regole del campo. E se le regole non sono le stesse, la competizione rischia di partire con un handicap strutturale per chi produce rispettando gli standard europei.
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