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05 Maggio 2026
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Trapianti, papà dona 2 organi alla figlia. L’ansia e poi la gioia: “Posso tenerla in braccio?”

(Adnkronos) - "Posso tenerla in braccio?". Arrivato in reparto dopo aver donato due organi in simultanea alla figlia Sofija (nome di fantasia), 7 anni, è stata questa la prima domanda rivolta ai medici dal papà - un 37enne cittadino serbo - protagonista con la sua piccola del primo trapianto combinato da donatore vivente eseguito in Italia. Un pensiero che ha emozionato Lorenzo D'Antiga, professore dell'università di Milano-Bicocca e direttore della Pediatria dell'Asst Papa Giovanni XXIII. "Se lo chiedeva per la preoccupazione che potesse essere un problema per due persone che hanno delle suture fresche. Ed è stato bello vedere un papà con la sua bambina in braccio e pensare che gli organi che una settimana erano nella pancia di uno ora erano nella pancia dell'altra", racconta il medico all'Adnkronos Salute.  L'intervento è stato eseguito il 18 dicembre. Padre e figlia stanno bene e sono stati dimessi lunedì 19 gennaio. Sofija soffriva di una rara malattia genetica che colpisce sia fegato che reni e che la costringeva alla dialisi fin dall'età di 4 anni. La dialisi peritoneale domiciliare durava dalle 13 alle 18 ore al giorno, poi la necessità di ricorrere all'emodialisi ha limitato i movimenti della piccola, legata a sedute eseguite a giorni alterni. Il quadro si è complicato con lo sviluppo di cirrosi epatica, che non consentiva l'esecuzione di un trapianto renale isolato. Da qui la decisione di procedere simultaneamente con il trapianto di un rene e di una porzione di fegato. Padre e figlia sono cittadini della Repubblica Serba e sono giunti al Papa Giovanni previa richiesta del ministero della Salute serbo. L'iter di un trapianto da donatore vivente in Italia è rigoroso e volto a garantire sia il donatore (che sceglie di donare senza condizionamenti esterni e bene informato sui rischi) sia il ricevente. Alla valutazione di idoneità della coppia è seguito il parere favorevole della Commissione regionale di parte terza e infine il nulla osta della Procura di Bergamo. Così, dopo questa complessa procedura, la famiglia è arrivata a Bergamo ad ottobre.  "I nostri colleghi della Serbia, attraverso il loro ministero della Serbia - spiega D'Antiga - ci inviano normalmente, come altri Paesi dei Balcani, dei bambini per il trapianto, perché loro non hanno un programma. Quindi qualche mese prima ci hanno segnalato questo caso, e c'è stato un lungo processo di valutazione a distanza, oltre che burocratico amministrativo. E' stato anche un periodo di ansia sia nostro che dei genitori. Abbiamo cercato di comprendere e aiutare i nostri colleghi a distanza per la gestione di questa bimba che peggiorava rapidamente. C'è stata anche una valutazione a distanza dei genitori, come potenziali donatori". Il candidato adatto è risultato essere il padre.  "Noi facciamo degli esami del sangue per vedere le compatibilità più generiche, poi una valutazione approfondita di indagini radiologiche, Tac, risonanza magnetica. Abbiamo un software molto sofisticato dedicato allo studio dell'anatomia di donatori e riceventi, che ci permette di calcolare le misure, i pesi. C'è infatti bisogno di una corrispondenza sia anatomica che di peso e di volume dell'organo (la parte che si trapianta deve essere sufficiente a chi lo riceve, e non deve essere rimosso troppo tessuto dal donatore) - illustra il pediatra - In più abbiamo un software che ci permette una sorta di 'trapianto virtuale' prima di cimentarci con quello reale, e questo permette al chirurgo di valutare in modo molto dettagliato l'anatomia, e di riuscire ad essere precisi anche a distanza sulla compatibilità e sulla possibilità di eseguire l'intervento".  Al termine del percorso la bimba è arrivata in Italia. "E' stato complicato - continua D'Antiga - perché faceva la dialisi tutti i giorni. E' stata portata con un aereo del ministero della Serbia. Appena qui l'abbiamo subito attaccata alla dialisi e abbiamo trattato anche la patologia del fegato. Poi è partita una fase di preparazione nel nostro ospedale", sono state ripetute tutte le valutazioni dal vivo ed è stata anche "valutata l'idoneità alla donazione da un punto di vista psicologico, un passaggio istituzionale che viene fatto in Italia per confermare che la donazione sia fatta in piena libertà. Per quanto riguarda un genitore questo è abbastanza scontato", come testimoniano le parole del papà di Sofija. Parole semplici e dirette, che hanno ancora una volta molto colpito D'Antiga. "Lui è un uomo silenzioso - lo descrive il medico - ed è un po' più difficile raccogliere le sensazioni da una persona riservata e che non parla la tua lingua. In ogni caso, dopo una settimana dall'intervento il papà è stato dimesso ed era lì al letto di sua figlia. Gli abbiamo fatto le congratulazioni per il suo coraggio, perché si è trattato di un grosso intervento. E lui ci ha detto con grande sobrietà e dignità, senza nessuna enfasi, solo una frase: 'Qualsiasi padre farebbe quello che ho fatto io'. Da papà gli do ragione". Non ha avuto "alcun dubbio, né ha percepito come un merito speciale" il gesto fatto da un padre per un figlio.  Dopo l'intervento, l'ansia, l'angoscia e l'attesa - che trasparivano anche dalle email scambiate dalla famiglia con i medici italiani e poi dai colloqui dal vivo avuti attraverso i mediatori culturali - hanno lasciato il posto alla speranza e alla gioia. "La decisione di donare per nostra figlia l'avevamo presa io e mia moglie più di 2 anni fa, quando i medici ci hanno detto che era arrivato il momento di iniziare la dialisi e quindi anche la preparazione al trapianto - ha raccontato il papà - Abbiamo pregato Dio di aiutarci e ha esaudito le nostre preghiere in questo modo. I medici dell'ospedale di Bergamo hanno svolto il compito più grande e più responsabile. E' una gioia oggi vedere che nostra figlia ha riacquistato l'appetito e la voglia di giocare. Prima si stancava molto facilmente e interrompeva il gioco per sdraiarsi a riposare. Ora sta diventando come tutti gli altri bambini: vivace, gioiosa, piena di energia, finalmente senza cateteri che erano necessari per la dialisi. Potrà iniziare la scuola, spensierata come i suoi coetanei".  L'intervento è durato 18 ore, dalle 9.30 del 18 dicembre alle 3.37 di notte del giorno successivo. In due sale chirurgiche attigue si sono alternati 6 chirurghi, 7 anestesisti e 20 figure infermieristiche. La procedura è iniziata con il trapianto di fegato eseguito dai chirurghi Domenico Pinelli e Marco Zambelli ed è proseguita con il trapianto di rene eseguito da Annalisa Amaduzzi e Flavia Neri.  E proprio Pinelli (che nel 2023 era stato anche nell'équipe che si è occupata di un'altra prima importante, un trapianto di polmone da vivente, ancora una volta da padre a figlio) a ricordare che "l'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è uno dei pochi centri autorizzati a realizzare trapianti di tutti gli organi sia adulti che pediatrici. Qui nel 1999 è stata introdotta la tecnica 'split' per il trapianto di fegato, metodica che ha permesso di azzerare la lista d'attesa pediatrica in Italia. Attualmente quello di Bergamo è tra i centri con la maggiore esperienza al mondo per questo tipo di interventi. In questo caso la tecnica split è stata adattata per effettuare il prelievo dal genitore solo di una piccola parte di fegato (25% circa) che serviva per il trapianto della figlia". L'intervento combinato eseguito su Sofija e il suo papà non era mai stato realizzato nel nostro Paese ed esistono solo rari casi riportati in letteratura eseguiti in altri Paesi europei. Sofija, conferma D'Antiga, "è guarita istantaneamente, dopo il normale periodo di convalescenza". Gli organi donati hanno "cominciato presto a lavorare normalmente. Non era più attaccata a nessuna macchina, a nessun tubo, ha cominciato a correre in giro nel reparto contenta, libera. Un cambiamento molto repentino. Fra noi la comunicazione non era verbale, ma i suoi gesti dicevano tutto della sua felicità. E' stato bello" vederla rifiorire. La piccola per i prossimi mesi resterà a Bergamo per i controlli - "nelle case d'accoglienza delle nostre associazioni di volontariato, che sono fondamentali per tutti i pazienti che vengono da lontano", rimarca il pediatra - ma potrà condurre una vita regolare. Anche il papà "avrà una vita completamente normale". Dell'operazione resta solo la cicatrice, ricordo di un gesto d'amore. "Il suo fegato rigenererà la parte mancante e sappiamo che si può vivere normalmente con un rene solo, per cui non cambia niente - chiarisce D'Antiga - La bambina dovrà continuare a stare sotto controllo per prevenire il rigetto" e dovrà assumere i classici farmaci previsti per questo scopo. "Ma avendo ricevuto gli organi dallo stesso donatore, questi hanno un vantaggio immunologico: il rene viene 'protetto' dal fegato dal punto di vista del rigetto".   ---salute/sanitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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