Oltre le colonne d’Ercole: il viaggio di Giuseppe Leonelli nell’“Elogio della tracotanza”
Ci vuole coraggio per intitolare un libro Elogio della tracotanza. Perché la tracotanza, nel suo senso originario, è la colpa che fa cadere gli eroi: è l’orgoglio di Ulisse che osa varcare le Colonne d’Ercole e finisce all’Inferno; è la ribellione di Adamo ed Eva che costa la cacciata dal Paradiso. Eppure, come mostra il giornalista di Bastiglia Giuseppe Leonelli nel suo nuovo libro pubblicato da EtaBeta, è proprio in quella spinta verso l’eccesso, in quella tensione a superare il limite, che nasce la vita, l’arte, la bellezza.
Leonelli – giornalista dalla penna affilata e dalla mente inquieta – compie un viaggio che è insieme personale e universale. “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, scrive, e si interroga su chi siamo e su quanto del nostro Io sia ancora integro sotto le incrostazioni del tempo e dei “non si può” imposti dalla società. Il suo è un viaggio di liberazione: un attraversamento dei propri limiti e delle proprie paure, un tentativo di guardare in faccia le fragilità per trasformarle in forza. Ma anche una sapida alternativa alla moto nuova, all'affannoso calcetto o alla giovane amante che prende ineluttabile il maschio di mezza età italiano.
Tra le pagine di Elogio della tracotanza convivono figure epiche e quotidiane: Roberto Baggio e Marco Pantani, Tolstoj e Ligabue, De André e Manzoni. Tutti accomunati dal desiderio di spingersi oltre, di sfidare il destino per affermare sé stessi. Baggio che fallisce un rigore ma diventa simbolo di dignità; Pantani che cade e risorge nel mito; Tolstoj che rinuncia alla ricchezza per ritrovare la purezza dell’anima. Anche qui, la tracotanza non è arroganza: è sete di verità. È la voglia di andare oltre le colonne d’Ercole dell’esistenza, non per conquistare, ma per conoscere.
C’è molto di autobiografico in questo viaggio. Leonelli non teme di mettersi a nudo, di svelare le proprie ferite. Né teme di passare per quello che ha finito di dare il cattivo esempio e quindi può solo dare buoni consigli.
La sua scrittura alterna il tono filosofico all’ironia quotidiana, citazioni colte e ricordi familiari, un Maggiolone che diventa metafora di libertà, e Ortigia come simbolo di approdo e rinascita. Ci sono personaggi come Ettore e la signora Maria, eroi minori di una provincia che denuncia, che non si piega al compromesso. In loro Leonelli riflette la propria battaglia contro l’ipocrisia, contro un mondo che premia la furbizia e punisce la coerenza.
Ma Elogio della tracotanza non è solo un’autobiografia mascherata: è anche un saggio sull’identità. “Totem e tabù cambiano nei secoli – scrive il giornalista – ma la marginalizzazione di chi tenta di abbatterli è una costante.” La tracotanza, allora, diventa l’atto di chi sceglie di vivere con autenticità, anche a costo di perdere. Perché – sembra dirci Leonelli – la vera vittoria è nella sconfitta, nell’aver osato.
Lo stile è fluido, sorprendentemente leggero nonostante la densità dei temi. Leonelli mescola filosofia, letteratura, religione e arte con naturalezza, portando il lettore in un territorio dove Ulisse incontra Baggio e Don Chisciotte dialoga con De André. In questa commistione, a tratti spiazzante ma mai pretenziosa, si avverte la voce di un autore che scrive per necessità, non per vanità, e - che conforto - ama i richiami agli studi classici.
Elogio della tracotanza è un libro che interroga e inquieta. Non offre risposte definitive, ma invita a partire: a superare i limiti, a riscoprire la propria voce, a credere che le colonne d’Ercole non siano la fine, ma solo l’inizio del viaggio. È un testo che lascia un segno, perché – come il suo autore – può piacere o meno, ma non lascia mai indifferenti.

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