Alleanza Verdi e Sinistra (Avs): sui malati di fuori regione De Pascale ha ragione
Come denunciano da molti anni i principali sindacati medici, i nodi irrisolti della riforma del Titolo V — che ha regionalizzato l’organizzazione della sanità — stanno venendo al pettine. La denuncia dell’insostenibilità del sistema formulata dal presidente de Pascale è utile e tempestiva: può essere l’occasione per riaprire la discussione, sia sul piano costituzionale, rendendo finalmente compatibili l’articolo 32 e il Titolo V, sia su quello legislativo, con norme nazionali che limitino la mobilità sanitaria alle sole prestazioni di eccellenza, realmente esclusive sul territorio nazionale.
La mobilità sanitaria, in un contesto di sottofinanziamento cronico del Fondo Sanitario Nazionale — che dura ormai da almeno quindici anni — e di criteri di riparto penalizzanti per l’Emilia-Romagna, contribuisce oggi a mettere in crisi il diritto alla salute nella nostra regione. I dati parlano chiaro: cresce la spesa “out of pocket”, si allungano le liste d’attesa per visite, esami e interventi e aumenta la rinuncia alle cure.
In questo scenario, l’intervento di de Pascale è quanto mai provvidenziale. Non solo difende il diritto alla salute dei cittadini, ma riporta al centro del dibattito un tema che riguarda tutte le Regioni, anche quelle del Sud, sempre più in difficoltà nel garantire l’universalità del sistema. L’aver mantenuto, giustamente, intatto l’articolo 32, ma aver affidato alle Regioni l’organizzazione della sanità, ha creato un’asimmetria difficile da sostenere. Le Regioni che attraggono mobilità affrontano costi superiori ai rimborsi statali; quelle che la subiscono perdono risorse dovendo rimborsare le prestazioni e mantenere servizi non pienamente utilizzati. Nel mezzo ci sono i pazienti, costretti a spostarsi per centinaia o migliaia di chilometri anche per cure ordinarie, di media o bassa complessità, che ritengono di non poter ricevere nella propria regione.
Alcune Regioni, come la Lombardia, hanno utilizzato il Titolo V per rafforzare un modello ospedaliero altamente attrattivo, fondato sull’eccellenza delle strutture ma spesso a discapito della sanità territoriale. Altre, come l’Emilia-Romagna, ma anche il Veneto, che hanno invece mantenuto un sistema con una forte impronta territoriale, si trovano “costrette” a garantire cure a molti cittadini extra-regione: il 17% dei ricoveri, il 3% delle visite ambulatoriali e il 7% degli accessi in pronto soccorso riguardano pazienti provenienti da altre aree del Paese. Il risultato è uno squilibrio crescente tra spese sostenute e rimborsi ricevuti, con ripercussioni dirette su liste d’attesa e spesa privata.
Le soluzioni possibili sono diverse. Si può intervenire a livello costituzionale, modificando il Titolo V per renderlo coerente con l’articolo 32 — forse questa sarebbe stata la vera priorità, più utile della “separazione delle magistrature” — oppure sul piano legislativo, con una legge nazionale che definisca chiaramente per quali prestazioni di alta complessità deve essere garantita la mobilità. Un’altra strada potrebbe essere quella di prevedere un meccanismo di rimborso che compensi le Regioni attrattive per i costi effettivamente sostenuti, oppure la stipula di accordi tra Regioni per contenere gli spostamenti ai soli casi di reale necessità clinica e alta specializzazione.
La via maestra resterebbe comunque una revisione intelligente, razionale ed equa del Titolo V, dopo ventiquattro anni di conflitti e distorsioni. Ma, nell’attesa, sarebbe già un passo avanti una norma nazionale che riconosca risorse e personale “a chi cura”, abolendo i vincoli che limitano le assunzioni di medici, infermieri, tecnici e amministrativi.
Un Paese serio dovrebbe occuparsi di questo. Perché tra sottofinanziamento, carenza di personale allo stremo e sottopagato, riforma della medicina territoriale ferma, mobilità crescente e spesa privata in aumento, la natura pubblica e universale del nostro Servizio Sanitario Nazionale rischia di essere sostituita da un modello selettivo, fondato sulle assicurazioni, sul welfare aziendale — che da integrativo sta diventando sostitutivo — e sulla spesa privata.
Ciò che vogliamo è garantire davvero l’universalità dei servizi sanitari, ovunque vivano i cittadini, senza differenze territoriali. Ma per farlo serve che l’intera Repubblica, a ogni livello, si assuma la responsabilità di trovare soluzioni vere e sostenibili.
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