Economia e lavoro in Emilia-Romagna, prosegue una sostanziale stagnazione della crescita
"Presentato nel salone Di Vittorio della Camera del Lavoro di Bologna l’ Osservatorio dell’Economia e del Lavoro in Emilia-Romagna sui dati 2024 curato da Ires Emilia-Romagna. Il periodico appuntamento della Cgil Emilia-Romagna e di Ires è stato introdotto e coordinato da Giuliano Guietti, presidente Ires Emilia-Romagna, e illustrato dai ricercatori Ires che lo hanno curato, Daniela Freddi e Davide Dazzi. Dopo gli interventi di Giovanni Paglia, assessore Regione Emilia-Romagna, e di Elisa Barbieri, economista dell'Università Ca’ Foscari, le conclusioni sono state affidate a Massimo Bussandri, segretario generale Cgil Emilia-Romagna.
Davide Dazzi e Daniela Freddi hanno confermato uno scenario di stagnazione: “come emerso nel 2023, anche 2024 e 2025 si consolida questa tendenza, la crescita è davvero modesta, 0,2%, e anche se le stime danno una leggera accelerazione siamo sempre intorno allo zero virgola. I dati che più preoccupano sono quelli relativi alla manifattura che nella nostra regione ha tradizionalmente trainato i servizi: la manifattura è in contrazione da due anni consecutivi e non abbiamo segnali di ripresa. Preoccupante anche la dinamica delle esportazioni, sono in contrazione da diversi trimestri. A tutto ciò si accompagna un mercato del lavoro anch’esso incerto, ricordando che l’andamento dell’economia si riflette sull’occupazione a distanza di tempo, quindi stiamo vivendo ancora lo strascico della ripresa post Covid e l’occupazione cresce sì ancora nel 2024 ma cresce sempre più lentamente e gli ultimissimi indicatori che abbiamo sul 2025 registrano invece un calo. Dal punto di vista qualitativo, la cosa più significativa e anche preoccupante è che quella piccola crescita riguarda solo la componente maschile mentre in quella femminile si registra una contrazione importante, probabilmente ciò avviene perché quella bolla di occupazione, precaria, instabile, a tempo determinato che durante il post covid aveva interessato molte donne si sta sgonfiando. Questi dati non ci fanno ben sperare in mancanza di interventi importanti che cambino questa traiettoria declinante”.
La professoressa Elisa Barbieri ha sottolineato l’incertezza che deriva dall’attuale fase di transizione dall’economia globalizzata a un nuovo ordine che ancora non si è delineato con chiarezza con la novità assoluta nella storia di un quadro composto da economie estremamente interconnesse. Secondo la studiosa: “le conseguenze della crisi del 2008 non sono state ben capite ancora, l’Europa in quell’anno interrompe la sua crescita mentre gli Usa non solo continuano a crescere, ma accelerano. Poi c’è la Cina che presenta una crescita stabile e costante. Chi invece langue da allora in stagnazione è l’Europa”.
L’assessore al Lavoro della Regione Emilia Romagna, Giovanni Paglia, ritiene che il calo dell’industria vada contrastato perché: “è la base del nostro benessere, è nell’industria che abbiamo i salari più alti e la produttività migliore non possiamo rassegnarci all’idea che si perdano posti di lavoro lì che magari vengono compensati in quei settori come il turismo dove abbondano contratti a termine, part - time, in cui le retribuzioni sono più basse. Esiste una responsabilità collettiva che la nostra regione deve prendere anche come traino per il resto del paese di proporre un modello che si basi su innovazione sviluppo competenza capitale umano e soprattutto sul valore del lavoro”.
Ha concluso l’incontro il segretario generale della Cgil Emilia Romagna, Massimo Bussandri, secondo il quale dal rapporto Ires emerge: ”un quadro di grande instabilità e incertezza dell'economia regionale che ovviamente si ripercuote sul lavoro ed esercita un enorme pressione sulle persone che lavorano, fatto che non è più testimoniato solo dai dati sulla cassa integrazione, che continua a crescere in maniera esponenziale, ma anche per esempio dalla crescita dei licenziamenti dettati da ragioni economiche quindi evidentemente in tanti settori non si riesce più a tenere i lavoratori agganciati al posto di lavoro. Ci sono poi 10.000 posti di lavoro appesi ai tavoli di crisi aperti in Regione o presso i Ministeri e quindi c'è un quadro complessivo appunto di grande preoccupazione per la tenuta del lavoro, soprattutto nella manifattura. Emerge anche qualche spiraglio positivo, per esempio il fatto che crescono i contratti di lavoro stabili a tempo indeterminato e a tempo pieno, segno che evidentemente c'è un pezzo del sistema produttivo di questa regione che inizia a rendersi conto che per gestire una fase di grandi transizioni e anche di inverno demografico occorre probabilmente offrire stabilità e certezze a chi lavora e questo è esattamente il punto da cui dobbiamo partire: il lavoro deve essere al centro, non possono essere dispersi i posti di lavoro con licenziamenti unilaterali in caso di crisi e bisogna sedersi intorno a un tavolo a discutere perché l’erosione lenta ma inesorabile del lavoro nella nostra regione rischia di determinare non solo un impoverimento materiale in termini di redditi, ma anche impoverimento di sapienza e cultura del lavoro nel nostro territorio. Un'ultima riflessione – conclude Bussandri - riguarda il lavoro povero; non è più un fatto marginale in Emilia Romagna, più del 40% delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti dei settori privanti non arrivano a 20.000 euro lordi di reddito all'anno più del 30% non arrivano a 15.000. C'è quindi un'emergenza salari anche in Emilia-Romagna che dobbiamo affrontare rapidamente a partire dai due punti più caldi: uno è il sistema turistico ricettivo e del terziario della nostra regione e l’altra è la giungla degli appalti privati che anche in Emilia-Romagna sono la prima fornace del lavoro povero precario mal sicuro. Dobbiamo esportare la gran parte delle regole che abbiamo introdotto sugli appalti pubblici e nel recentissimo Protocollo Hera, che rappresenta un modello avanzatissimo, anche agli appalti privati”.
Sintesi conclusiva Osservatorio Ires Economia e Lavoro
"Il quadro internazionale è gravato da una perdurante instabilità politica e dai conflitti in corso. Una grande incertezza continua a caratterizzare le politiche commerciali, alimentata da una sequenza di annunci, sospensioni e contenziosi, nonché dall'imprevedibilità degli esiti dei negoziati tra gli Stati Uniti e i principali partner commerciali. Inevitabilmente ne risente l'attività economica globale: per la prima volta in tre anni, nel primo trimestre del 2025 si è contratto il prodotto negli Stati Uniti, dove l'anticipo degli acquisti dall'estero in vista dell'entrata in vigore di nuovi più alti dazi, ha generato un marcato aumento delle importazioni. L'OCSE ha recentemente rivisto nuovamente al ribasso le previsioni di crescita del PIL globale: nel 2025 il PIL mondiale dovrebbe crescere del 3,2%, trainato da India e Cina con rispettivamente +6,7% e +4,9%. Gli Stati Uniti dovrebbero crescere dell'1,8% e l’area euro dell’1,2%. Nel primo trimestre dell’anno in corso il PIL nell’area dell’euro è aumentato in misura molto più sostenuta rispetto alle attese, favorito dall’anticipo delle esportazioni di beni verso gli Stati Uniti. Le più recenti informazioni fornite dagli indicatori congiunturali segnalano un incremento del PIL dell’area dell’euro nel secondo trimestre dell’anno in corso inferiore rispetto al trimestre precedente. Volgendo lo sguardo all’Italia, nel primo trimestre del 2025 il PIL ha continuato a espandersi moderatamente, sostenuto sia dalla domanda interna sia da quella estera. Come in altri paesi, le esportazioni sono aumentate in maniera significativa, in particolare verso gli Stati Uniti, presumibilmente anticipando l’entrata in vigore dei nuovi dazi. In base alle valutazioni della Banca d’Italia, nel secondo trimestre l’economia italiana è cresciuta ancora, pur con una lieve decelerazione. La crescita del PIL italiano è stimata pari allo 0,6% nel 2025, allo 0,8% nel 2026 e allo 0,7 nel 2027. Muovendo ora l’attenzione al contesto regionale, i più recenti dati di previsione macroeconomica a medio termine prodotti da Prometeia nel mese di luglio di quest’anno mostrano che prosegue una sostanziale stagnazione della crescita registrata nel 2023. Nelle nuove stime, infatti, la crescita del prodotto interno lordo dell’economia regionale nel 2024 dovrebbe avere raggiunto lo 0,2%. Tale tendenza dovrebbe essere proseguita anche nel corso di quest’anno sebbene con una moderata accelerazione della dinamica positiva facendo registrare +0,8%. Per quanto riguarda la dinamica economica settoriale, i dati più recenti confermano la stagnazione generale. Nel 2024 sia l’industria in senso stretto che i servizi hanno sperimentato una contrazione del valore aggiunto rispetto all’anno precedente. Nel caso dell’industria si tratta del secondo anno consecutivo di contrazione. Nel 2025 i dati di previsione di metà anno mostrano una ripresa sia della manifattura (+1,8% sull’anno 54 precedente) che dei servizi (+0,7% sull’anno precedente) mentre le costruzioni sembrano iniziare ad uscire dal periodo espansivo sostenuto dai bonus per l’edilizia e dal PNRR. I dati dell’indagine congiunturale realizzata dal Sistema camerale dell’Emilia-Romagna illustrano, come a partire dalla seconda parte dell’anno 2022, si sia registrata una forte contrazione di ordini, produzione e fatturato nella manifattura rispetto ai trimestri dell’anno precedente. Dalla seconda metà del 2023, per tutto il 2024, fino all’ultimo dato disponibile relativo al primo trimestre del 2025, produzione, fatturato e ordinativi sono sempre rimasti in territorio negativo e ad oggi non è possibile rilevare chiari segnali di ripresa della manifattura regionale. Anche per quanto riguarda il settore delle costruzioni, l’indicatore relativo all’andamento del fatturato si mantiene prevalentemente in territorio negativo a partire dalla seconda parte del 2023. L’ultima rilevazione disponibile, riferita al primo trimestre del 2025 indica una ripresa ma solo le prossime rilevazioni in corso d’anno potranno confermare se si tratta di un recupero temporaneo o destinato a permanere. Per quanto riguarda le vendite estere, dopo il picco verificatosi nel 2021, la tendenza si è poi indebolita successivamente. Sia nel 2023 che nel 2024 si è registrata una flessione rispetto all’anno precedente, e anche i primi due trimestri del 2025 fanno segnalare una riduzione ulteriore rispetto al già stagnante anno precedente (rispettivamente -1,1% e -1,7%). L’andamento negativo delle esportazioni regionali nel corso dell’ultimo trimestre disponibile è apparso in netta controtendenza rispetto a quello positivo del complesso dell’export nazionale (+1,1%). Dei dodici macrosettori regionali considerati dall’indagine congiunturale solo tre hanno aumentato le esportazioni: l’agricoltura, silvicoltura e pesca, l’alimentare e la chimica e farmaceutica. Volgendo infine lo sguardo alla numerosità d’impresa, a fine 2024 si registrano in regione 388.061 imprese attive, oltre 2.800 imprese in meno rispetto all’anno precedente. La crescita registrata nel 2021 si è dunque rivelata una dinamica inedita, dopo oltre un decennio di contrazione del numero delle imprese attive, che non pare però essersi trasformata in una tendenza consolidata. I dati più recenti, relativi al primo semestre del 2025 indicherebbero, se confermati in corso d’anno, il proseguimento della tendenza alla contrazione. Passando all’analisi della dinamica occupazionale in Emilia-Romagna, questa nel 2024 rallenta dopo due anni di crescita più sostenuta. Pur in decelerazione, la crescita occupazionale si pone in continuità con un processo di riallineamento tra “teste” occupate e quantità di lavoro iniziato nel 2022 invertendo quel disaccoppiamento tra occupati e quantità di lavoro avviatosi dopo la crisi economica del 2007-2008. Anche le stime occupazionali future sembrano confermare questa tendenza. Dopo anni in cui la precarietà e frammentazione lavorativa hanno profondamente destrutturato la forza lavoro, le tendenze più recenti, e comunque post-pandemiche, sembrano indicare un mercato del lavoro che cerca nella stabilità, sia essa contrattuale o di continuità lavorativa, una forma di attrattività per far fronte alle sfide poste dalle trasformazioni in atto, quali l’inverno demografico e la digitalizzazione. Questo orientamento, tuttavia, avviene dentro una dinamica di crescita economica piatta o modesta e anche gli scenari futuri prospettati da Prometeia descrivono un contesto economico in cui l’instabilità è il tratto distintivo. Se quindi la decelerazione della crescita occupazionale del 2024 segue a distanza di un anno la crescita piatta del sistema economico regionale del 2023, l’imprevedibilità con cui si muovono gli scenari economici futuri disegna traiettorie occupazionali incerte. I primi dati di flusso al 2015 indicano, infatti, una domanda di lavoro tendenzialmente in calo con la produzione di un saldo di posizioni di lavoro sì positiva ma al di sotto di quanto rilevato negli ultimi trimestri. La modesta crescita occupazionale registrata nel 2024 in Emilia-Romagna, inoltre, è comunque espressione di spinte del mercato del lavoro contrastanti. In una prospettiva di genere, l’aumento occupazionale rilevato nel 2024 è tutto imputabile alla componente maschile mentre si registra un calo occupazionale femminile netto soprattutto nel lavoro part time a basso titolo di studio. La flessione occupazionale femminile, tuttavia, non si trasferisce in un aumento della disoccupazione ma in un innalzamento del numero di inattive e quindi fuori dal mercato del lavoro. Da un punto di vista di classe di età, invece, il 2024 conferma come la modesta crescita occupazionale sia largamente spiegata dagli over 50 non solo per un prolungamento dello stato in occupazione causato da un innalzamento dell’età pensionabile ma anche per un acceso dinamismo del mercato del lavoro per chi è in età più matura e, ipoteticamente, più esposto anche al rischio di obsolescenza soprattutto digitale. Anche l’analisi dei flussi del mercato del lavoro vede crescere le posizioni di lavoro soprattutto per gli over 50 e al contempo anche la disoccupazione amministrativa, intercettata dalle Did (Dichiarazione di immediata disponibilità), interessa sempre più persone over 50. Il rischio di obsolescenza riemerge anche nell’analisi occupazionale per titolo di studio dalla quale si evince che la laurea è ancora un discrimine positivo nel mercato del lavoro. In un mercato delle competenze e professionalità in trasformazione, la laurea è collegata non solo a tassi di occupazione più alti ma anche a tassi di disoccupazione più bassi. La lente settoriale mostra come la dinamica occupazionale del 2024 trovi una spiegazione principalmente dentro l’area dei servizi, soprattutto commerciali e turistici che continuano a crescere anche nelle prime rilevazioni del 2025. Le costruzioni, diversamente, segnano una flessione occupazionale nel 2024 per poi registrare un rimbalzo positivo nel I semestre 2025. L’occupazione manifatturiera rallenta nel 2024 per poi flettersi nel primo semestre del 2025 con una perdita di circa 40 mila occupati rispetto al I trimestre 2024. La progressiva contrazione dell’occupazione manifatturiera è concomitante con una trasformazione anche della natura delle cessazioni. Il 2024 segna, infatti, una frenata delle dimissioni, cresciute rapidamente nel periodo post-pandemico anche come effetto di un mercato del lavoro sempre più transizionale, e dei licenziamenti disciplinari mentre mostra una ripresa importante dei licenziamenti economici anche e soprattutto nei primi mesi del 2025. La direttrice contrattuale lungo cui si muove l’occupazione negli ultimi anni segna due tendenze chiare sia nella osservazione dei dati di stock che di flusso: crescono i contratti a tempo indeterminato e diminuiscono i contratti a termine grazie soprattutto ad un volume costante di trasformazioni, e quindi di stabilizzazioni. Leggendo in controluce i dati, tuttavia, è comunque possibile affermare come l’assenza di una dimensione di precarietà non è di per sé garanzia di uscire dal lavoro povero. Tra chi ha un contratto a tempo indeterminato, infatti, quote non marginali (circa 1 su 6) ha una retribuzione lorda annuale sotto i 15 mila euro. Da una stretta prospettiva sindacale, quindi, il contratto di lavoro non è di per sé strumento capace, da solo, di evitare il rischio di cadere nell’area del lavoro povero. L’orientamento recente del mercato del lavoro verso una maggiore stabilizzazione avviene all’interno di un contesto occupazionale già fortemente destrutturato dove le diverse forme di precarietà si sono ormai profondamente sedimentate e hanno prodotto stratificazioni della forza lavoro. Il lavoro standard, ovvero contemporaneamente a tempo indeterminato, a tempo pieno e continuativo nell’anno, rappresenta meno della metà del lavoro dipendente e circa 3 lavoratori pubblici su 4. Inoltre, le forme di precarietà hanno colpito la forza lavoro in modo asimmetrico producendo e consolidando discriminazioni e segmentazioni del mercato".
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