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06 Maggio 2026
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Progetto RigeneraBoschi di Sorgenia, alberi più stabili e resistenti con gestione sostenibile

(Adnkronos) - I risultati del progetto #RigeneraBoschi di Sorgenia rivelano che gli interventi selvicolturali calibrati rendono gli alberi mediamente più stabili e resistenti al cambiamento climatico. La ricerca è stata coordinata dal Giorgio Vacchiano dell’Università degli Studi di Milano attraverso innovativi sensori posizionati sugli alberi in cinque boschi italiani: i Tree Talker. Lo studio è attualmente in corso in cinque boschi, individuati insieme a Pefc Italia, collocati in sei regioni italiane: Parco Nord Milano (Lombardia), Bosco di Forlì-Bertinoro dell’Istituto Diocesano Sostentamento Clero di Forlì-Bertinoro (Emilia-Romagna), Unione dei Comuni montana Colline Metallifere (Toscana), Parco naturale regionale Bosco Incoronata (Puglia) e Parco Nazionale del Pollino che si estende tra Calabria e Basilicata.  All’interno di questi boschi i 36 Tree Talker sono stati installati in due zone distinte: in una la foresta cresce spontaneamente, nell’altra viene effettuata una gestione sostenibile, attraverso un'attenta pianificazione di interventi calibrati rispetto alla tipologia di bosco e ai benefici ambientali e sociali che può fornire. Ogni dispositivo, grande come uno smartphone e applicato al tronco, ha misurato ogni ora i parametri vitali e fisici di ogni singolo albero, consentendo l’analisi di quattro indicatori principali: accrescimento del diametro, flusso linfatico, attività fotosintetica della chioma e stabilità meccanica. Il report non include ancora i dati dei Comuni montana Colline Metallifere perché in questa foresta la gestione selvicolturale è programmata per novembre; non sarebbe dunque stata possibile una comparazione rigorosa tra le due aree prese in esame dallo studio.  Dai primi risultati di #RigeneraBoschi, in 4 siti su 5 gli alberi monitorati crescono di più nei boschi gestiti in modo sostenibile, con il dato massimo di +43% nel Parco nazionale del Pollino su base annua. Inoltre, spesso resistono maggiormente agli stress ambientali e mantengono una stabilità meccanica superiore rispetto a quelli lasciati a libera evoluzione. Tali caratteristiche si rivelano particolarmente utili in condizioni climatiche avverse: gli alberi nelle aree non gestite mostrano una maggiore oscillazione del fusto in caso di caldo e siccità, mentre quelli nelle zone gestite hanno una risposta meccanica attenuata, risultando quindi più resilienti.  Un bosco in controtendenza rispetto ai dati di crescita è quello dell’Incoronata in Puglia: gli alberi qui crescono meno nella parte gestita del bosco. Un’eccezione complessa da interpretare, dovuta probabilmente alla tipologia di vegetazione, che sarà oggetto di ulteriori approfondimenti. Una delle possibili ipotesi del fenomeno è che gli eucalipti (invasivi e competitivi) presenti solo nella parte gestita abbiano concorso a rallentare la crescita delle querce autoctone. Le fasi successive dello studio forniranno una maggiore quantità di dati e dunque aiuteranno a confermare o meno l’ipotesi.  In via generale, i dati raccolti in tempo reale in oltre 7mila ore di monitoraggio per sito rivelano sinora che la gestione selvicolturale può agire come una medicina preventiva per il bosco. A Collina di Pondo (FC), nel Bosco di Forlì-Bertinoro, dove il diradamento selettivo ha ridotto la competizione tra alberi, i pini neri monitorati mostrano una crescita del diametro del tronco significativamente superiore rispetto all'area non gestita. "È come togliere persone da una stanza sovraffollata: chi rimane respira meglio e ha più spazio per muoversi - spiega Vacchiano, docente di Gestione e Pianificazione Forestale presso l'Università degli Studi di Milano - La riduzione della densità arborea non deve far pensare a un impoverimento ma a un rafforzamento strutturale del bosco. Gli alberi rimanenti sviluppano chiome più ampie, sistemi radicali più robusti e una maggiore capacità di resistenza agli eventi estremi”.   I Tree Talker forniscono dati anche sul flusso linfatico, l'equivalente vegetale del sistema circolatorio. I dati del monitoraggio di #RigeneraBoschi mostrano pattern stagionali chiari, con picchi primaverili di linfa che raggiungono velocità di 30-40 cm/ora e rallentamenti estivi, in situazioni di caldo elevato, dovuti allo stress idrico. L'effetto della gestione su questo parametro varia a seconda del contesto: nei siti con buona disponibilità idrica come nel Pollino, gli alberi gestiti mantengono flussi di linfa più costanti e resistono meglio ai cali estivi. Dove invece l'acqua scarseggia, emerge un trade-of: più luce disponibile ma maggiore vulnerabilità alla siccità.  Rispetto al rapporto tra luce e fotosintesi, gestito e non gestito mostrano dinamiche simili. Ma nel primo ambito l'attività fotosintetica tende a essere maggiore in estate, liberando spazio e migliorando le condizioni complessive della pianta. L'eccezione in questo caso è costituita dal bosco di Forlì, dove il non gestito registra un miglior rapporto tra luce e fotosintesi in estate, suggerendo che probabilmente l'eccessiva apertura del bosco nel gestito possa causare stress idrico, mentre l'ombra del non gestito possa mitigare tale condizione.  I dati raccolti dal progetto #RigeneraBoschi evidenziano che ogni bosco richiede interventi calibrati sul proprio contesto ecologico, sulla disponibilità idrica, sulla composizione specifica. L'obiettivo finale è contribuire a sviluppare linee guida adattative che permettano di massimizzare i benefici della gestione minimizzando gli impatti, in un'ottica di sostenibilità a lungo termine.  In conclusione, la maggior parte dei siti conferma le aspettative e i segnali positivi della gestione sostenibile, eccetto in condizioni idriche particolarmente limitanti dove la gestione andrà calibrata in funzione del maggiore stress idrico estivo nei siti analizzati. Le eccezioni, anziché essere un 'problema', indicheranno agli scienziati la necessità di prestare attenzione a fenomeni complessi, riconducibili anche in parte alle diversità di gestione, e potenziali nuove scoperte, da approfondire nel secondo anno di ricerca. Il monitoraggio coprirà cicli stagionali pluriennali, integrando i dati dei Tree Talker con misurazioni meteorologiche, analisi del suolo e del contenuto di carbonio. L'espansione della rete di monitoraggio e l'affinamento degli algoritmi di analisi permetteranno di ridefinire il protocollo di ricerca e di approfondire quali sono gli elementi che determinano scostamenti e controtendenza.  “A un anno dall’avvio di #RigeneraBoschi, i dati raccolti e analizzati ci restituiscono una prima fotografia dello stato di salute di alcune delle nostre foreste - dice Michele de Censi, amministratore delegato di Sorgenia - Oggi disponiamo di risultati che saranno affinati nelle fasi successive per capire come gli ecosistemi reagiscono agli stress climatici così da fornire un contributo per affrontare meglio emergenze legate a cambiamento climatico e incendi. Oltre alla parte scientifica, continuiamo a lavorare a stretto contatto con le scuole in attività di educazione ambientale rivolte ai ragazzi, un’occasione per incontrare le comunità locali e accrescere la consapevolezza della collettività sul ruolo delle foreste nelle nostre vite”.  Per Giorgio Vacchiano, “le eccezioni e i dati incerti non devono spaventare: fanno parte della normale complessità ecologica e sono preziosi perché ci indicano dove concentrare nuove ricerche. È naturale che la gestione forestale tradizionale debba adattarsi a pressioni climatiche senza precedenti. Questi risultati confermano che solo con un approccio flessibile e adattativo potremo garantire boschi resilienti anche in futuro. Per la prima volta disponiamo di una risoluzione temporale senza precedenti e della possibilità di incrociare dati mai rilevati insieme prima, come crescita, fotosintesi, flusso linfatico, oscillazioni del fusto e deficit di pressione di vapore. Questo ci permette di osservare i boschi con uno sguardo nuovo e più integrato, capace di anticipare le loro risposte al cambiamento climatico”.  “Lo studio dimostra in maniera scientifica quello che sappiamo, cioè che gestire i nostri boschi con una selvicoltura ‘climaticamente intelligente’ è utile sia all’uomo che alla stabilità del bosco - conclude Antonio Brunori, segretario generale di Pefc Italia, partner del progetto - Un bosco abbandonato non è ospitale per il turismo o per la sua fruizione ed è più soggetto a frane e incendi, mentre un bosco con attività di cura e tagli pianificati da dottori forestali è più resistente alle minacce esterne, fornisce materie prime per l’uomo ed è più ospitale per le attività ricreative. La multifunzionalità nella gestione è sicuramente la scelta più adatta per tutelare e valorizzare allo stesso tempo il nostro patrimonio forestale”.  ---sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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