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28 Marzo 2026
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Politica e vittimismo: una strategia vincente?

“Dai. Non fare la vittima”.

Quante volte abbiamo sentito rimproverarci di assumere la posizione della vittima. Dai genitori soprattutto. Ma anche dai superiori, al lavoro, o dai nostri partner.

Da un semplice atteggiamento che ci capita di assumere in determinate circostanze, il vittimismo è diventato una sorta di strategia comportamentale. Per ottenere considerazione, consensi. Potere.

Pascal Bruckner, scrittore francese, nel suo saggio dal titolo “Povero me! Quando le vittime sono i nuovi eroi”, scrive: “nell’Occidente edonistico la sofferenza è diventata oggetto di culto. Quell’umanità che prima aspirava al progresso e alla modernità è ora sostituita da un’umanità vittimizzata, per cui la libertà coincide con il diritto di lamentarsi”.

Occorre però chiarire la sostanziale differenza che esiste tra vittima e vittimista. Vittima è colui che subisce un danno per colpa di un altro. Il vittimista invece è colui che, a prescindere dal fatto che abbia subito un danno, si considera o si fa passare per vittima.

La retorica vittimista

La retorica del vittimista è una tecnica demagogica che consiste nello squalificare l'avversario mostrandolo come un aggressore invece di confutare le sue affermazioni. Il vittimista adotta il ruolo di vittima nel contesto della discussione, in modo da fare passare l'interlocutore come persona autoritaria ed aggressiva.

In politica assistiamo a fenomeni di questo tipo ogni giorno. Quando il politico di turno, intervistato da una giornalista, non è in grado di rispondere, perché non ha argomentazioni valide da esporre, assume il tipico atteggiamento vittimistico. Ed attacca.

Ne è un esempio la reazione alquanto aggressiva di Romano Prodi, su cui nessuno ha dubbi sulla sua integrità morale e politica, nel marzo scorso ad una domanda sul “Manifesto di Ventotene” da parte della giornalista Lavinia Orefici della trasmissione “Quarta Repubblica”. Come la reazione stizzita di Gianfranco Fini, uno dei politici più significativi della destra italiana, che alcuni giorni fa, ad una semplice domanda da parte della giornalista Lilli Gruber, assume un atteggiamento aggressivo. Vittimismo.

Secondo gli studiosi in materia, esistono due tipi di vittimisti: gli egocentrici e i sistemici.

Nel primo caso il vittimista si ritiene una vittima perché ritiene di ricevere meno di quanto gli spetti, mentre nel secondo caso ritiene che il “sistema” sia contro di lui.

Vittimismo in politica

In politica, come già accennato, si fa sempre più (ab)uso di questo tipo di strategia, a meri fini elettorali. Far sentire i propri sostenitori delle vittime, priva il candidato della responsabilità e della necessità di parlare di programmi e contenuti.

Strategia onnipresente nella politica americana, che ha avuto il massimo del suo fulgore con Donald Trump.

Philip Rucker, giornalista americano, speaker della CNN ed editorialista del Washington Post, scrive: “a un raduno di Trump, il fulcro dello spettacolo è l’idea della vittimizzazione condivisa… Trump si diverte, si è costantemente presentato come una vittima dei media e dei suoi avversari politici…”.

Lo scopo di Trump è far sentire i potenziali sostenitori come se avessero subito un torto e proporsi come l’unico in grado di correggere le cose. Per gli aspiranti elettori l’importante è essere autorizzati a sentirsi vittimizzati, indipendentemente da qualsiasi “verità” sulla questione. Mentire, denigrare l’avversario politico, inventarsi obiettivi che confluiscono su aspetti personali, diventa un’arte. Una forma d’arte distruttiva, che non porta alcun beneficio agli elettori, ma solo al candidato. Il quale, più aumenta il proprio livore e la propria aggressività, più ottiene consensi. Perché il vittimista ha bisogno di questo, e di crogiolarsi nel proprio disagio. Tanto c’è sempre qualcuno a cui dare la colpa.

Gìà, la colpa. Abbiamo assistito nei giorni appena trascorsi, l’attribuzione ad una determinata fazione politica, da parte di esponenti del governo italiano, la responsabilità del clima di odio che attraversa il Paese. Ma dove lo vedono questo clima di odio? Addirittura in riferimento all’omicidio del militante politico repubblicano Charlie Kirk. Una pessima ed esecrabile strategia, basata su falsità, che rischia di creare conflitto tra gruppi sociali, minando la coesione. Già, la coesione sociale, ciò che dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale di qualunque politico. Di ogni colore e fazione.

Simona Ruffino, su “il Fatto Quotidiano”, titola, “vittimismo meloniano”, e scrive: “È arrivato il tempo del vittimismo. A quanto pare le operazioni umanitarie degli italiani che navigano verso Gaza per portare aiuti e beni di prima necessità ai civili palestinesi vittime di genocidio non sono un gesto, per citare un gigante dei nostri tempi, di “supplenza morale”, bensì un atto finalizzato a contrastare l’operato del governo”.

Vittimismo e scollamento dalla realtà

L’eccessivo vittimismo, e l’uso improprio che ne fa la politica, può portare ad una disfunzione cognitiva. Uno scollamento dalla realtà e dai valori alla base di ogni società civile che si rispetti. Ne è un esempio quanto sta accadendo a Gaza. I continui bombardamenti dell’esercito israeliano sulla società civile, con un disastroso bilancio di morti con più di ventimila bambini coinvolti, ospedali colpiti senza alcun ritegno, al punto che l’organizzazione sanitaria “Medici senza frontiere” ha dovuto abbandonare la regione. Nel mondo occidentale, tutti dovremmo fermarci al lato umano della questione: la morte di civili, che non hanno alcun legame con la guerra ed i motivi che l’hanno innescata. Invece si assiste ad un assurdo dibattito che tende ad eludere il problema centrale, la morte di civili, e soffermarsi su considerazioni disumane e spesso assolutamente fuori da ogni logica.

Il vittimismo in psichiatria

Il vittimismo in psichiatria viene definito come un tratto di personalità paranoide molto comune soprattutto nel narcisismo: la persona si sente continuamente vittima degli altri e meritevole di compassione. Allo stesso tempo proietta i suoi sentimenti negativi sugli altri, quindi mette "fuori di sé" la responsabilità della sua componente negativa. Il vittimista paranoide non è autocritico, vede nemici ovunque, è un abile mentitore ed è vendicativo. Vi viene in mente qualcuno in particolare? Forse il nome di un politico americano già citato in questo articolo?

In questo caso il vittimista diventa vittima della sua paranoia. Megalomania, narcisismo, culto della propria personalità, diventano il centro attorno al quale ruota ogni sua singola decisione. Una sorta di droga che convince le persone che lo seguono, con conseguenze manipolative che creano un forte legame emotivo diventando ciechi alle sue mancanze e distogliendo l’attenzione dai veri problemi. Fino alla polarizzazione: aumenta la divisione tra noi e loro, alimentando conflitti ed ostilità.

E’ ciò che rese celebre alle masse un certo Adolf Hitler, ottenendo il consenso di un gran numero di tedeschi. Fino alle tragiche conseguenze.

Conclusioni

Ma cosa accade quando il desiderio di essere riconosciuti come vittime diventa l’unica spinta della società contemporanea? Il disastro. E’ quanto emerge dal saggio, già citato, di Pascal Bruckner: la genealogia e il trionfo dell’ideologia vittimistica. In un mondo globalizzato che ci pone sfide sempre più complesse – dal cambiamento climatico alla guerra, alla violenza, al terrorismo – l’egemonia del vittimismo ci porta inesorabilmente al risentimento e alla vendetta. E quindi ad essere perdenti. Tutti. O meglio, quasi tutti. Gli unici che ne trarranno vantaggio saranno i pochi detentori della ricchezza mondiale: i miliardari. Vi viene in mente qualcuno, sempre già citato in questo articolo? Per non crescere le nuove generazioni in una società della paura e della rassegnazione, sostiene Bruckner, è necessario quindi abbandonare questa propensione all’infelicità e alla fragilità. “Gli uomini e le donne devono imparare a opporsi alla seduzione del panico. Sta tutto qui l’eroismo di essere semplicemente umani”.

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