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07 Maggio 2026
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Donne e malattie cardiovascolari, poco informate ma ad alto rischio

(Adnkronos) - Meno informate degli uomini sui propri rischi cardiovascolari, le donne partecipano meno ai programmi di screening, con conseguenze negative sulla prevenzione e sulla gestione delle malattie cardiovascolari. E la scarsa consapevolezza è confermata anche da Carin Women survey, lo studio multicentrico osservazionale condotto da Arca (Associazioni regionali cardiologi ambulatoriali), che ha coinvolto 49 ambulatori cardiologici su tutto il territorio nazionale. Su 5.600 pazienti intervistate, poco più del 10% si è ritenuta ad alto rischio cardiovascolare. "La valutazione di tale rischio nella donna - spiega Adele Lillo, cardiologa e referente nazionale del gruppo si studio Malattie Cv di genere Arca - dovrebbe essere eseguita lungo tutto il suo arco di vita, e deve essere considerato come dinamico, in quanto può modificarsi in qualunque momento. Infatti, il riconoscimento precoce e il trattamento dei fattori di rischio possono alterare la traiettoria degli eventi cardiovascolari avversi".  E' quanto emerso oggi in occasione di 'Le donne verso un cuore consapevole', focus organizzato da Daiichi Sankyo Italia a Milano, nella sede dell'Unione femminile nazionale, per promuovere il confronto tra esperti italiani di varie discipline sulle differenze di genere nelle patologie cardiovascolari, sul ruolo della prevenzione mirata e dell'innovazione digitale, affinché la salute delle donne sia riconosciuta come fondamentale investimento sociale ed economico, e la medicina di genere diventi realmente obiettivo strategico della sanità pubblica italiana. Oltre a cardiologi, ricercatori, analisti e psicologi, anche i pazienti hanno potuto far sentire la loro voce sul tema, attraverso una tavola rotonda che ha visto il confronto dell'Associazione per la lotta all'ictus cerebrale (Alice Italia Odv), del Coordinamento nazionale associazioni del cuore (Conacuore Odv) e della Fondazione italiana per il cuore (Fipc). Le malattie cardiovascolari rappresentano una delle principali cause di mortalità a livello globale. Tuttavia, esistono differenze significative tra uomini e donne in termini di prevalenza, manifestazione clinica, risposta ai trattamenti e vissuto emotivo e cognitivo, e ciò influenza la consapevolezza delle pazienti, le strategie di prevenzione e gli approcci terapeutici, rendendo necessari focus specifici sul rischio cardiovascolare nelle donne. Le donne - è stato ribadito - tendono a manifestare sintomi atipici rispetto agli uomini, con conseguente ritardo diagnostico e terapeutico. A ciò si aggiunge l'impatto di fattori di rischio genere-specifici, quali sindrome dell'ovaio policistico, menarca precoce, terapie contraccettive orali, ansietà e depressione, le complicanze della gravidanza, le malattie autoimmuni, menopausa prematura, terapie per cancro al seno. Eppure, la consapevolezza pubblica e professionale di queste importanti differenze rimane bassa, come dimostrano diversi studi.  Le donne vivono più a lungo, ma in condizioni di salute peggiori. Il 51% del carico sanitario femminile - dettaglia una nota - è causato da malattie comuni a entrambi i sessi, ma con maggiore prevalenza o un impatto differente sulle donne. Circa il 60% di tutto il carico di cattiva salute, inoltre, si manifesta in età lavorativa, con conseguenze su reddito e benessere familiare, una criticità che si aggiunge ad altre differenze già presenti a livello sistemico. Le patologie cardiovascolari, insieme a quelle oncologiche, sono le principali cause di mortalità e disabilità in Italia per la popolazione femminile e per questo considerate ad alto impatto economico. Hanno un costo annuale di circa 41 miliardi di euro, di cui 3/4 legati a costi diretti e 1/4 a quelli indiretti, e comportano in media 59 giorni di lavoro persi. Solo ictus e infarto pesano sul carico di cattiva salute femminile per il 10%, a dimostrazione dell'importanza di attuare politiche di prevenzione mirate al target femminile.  "Lo stato di salute e il benessere delle donne - afferma Irene Gianotto, consulente di The European House Ambrosetti - deve diventare un parametro cruciale per misurare il benessere complessivo della società. Migliorare la salute femminile significa da un lato sostenere la crescita economica di ogni Paese favorendo livelli più elevati di istruzione e partecipazione alla forza lavoro delle donne, dall'altro generare benefici intergenerazionali sia sanitari che sociali. A livello globale, lo dimostra una correlazione positiva tra Pil pro capite e stato di salute femminile. Investire nella medicina di genere non genera benefici solo per la salute delle donne. Integrando le differenze biologiche e sociali in prevenzione, diagnosi e trattamento, questo approccio garantisce cure più appropriate per tutti, con benefici anche per gli uomini e altri gruppi quali anziani, bambini, transgender. Non dimentichiamoci, infine, che nel 70-80% dei casi la salute familiare è gestita dalle donne. La salute delle donne, in molti casi, è anche quella delle famiglie di cui fanno parte".  Ancora oggi la ricerca preclinica e clinica - è emerso dall'incontro - non tiene conto delle differenze di sesso e genere e le donne sono ancora sottorappresentate nelle diverse fasi degli studi clinici, non permettendo l'individuazione di percorsi di prevenzione, diagnosi e cura appropriati e specifici per entrambi i sessi. Esempio paradigmatico delle differenze di sesso e genere sono le malattie cardiovascolari che sono classicamente considerate un problema maschile, ma di fatto sono la principale causa di morte delle donne. Alla base di questa evidenza ci sono diverse cause, quali la diversa sintomatologia (1 paziente donna su 3 presenta sintomi atipici), la sottostima dei sintomi e del rischio da parte dei medici e delle stesse donne, che porta a ritardi nella diagnosi e presa in carico, minore accesso a trattamenti terapeutici e dispositivi innovativi, con conseguente maggiore probabilità di eventi avversi.  "L'adozione della medicina di genere come strategia sanitaria è cruciale per garantire diagnosi più tempestive e percorsi terapeutici adeguati, per migliorare l'appropriatezza delle cure e ridurre il gender gap in termini di salute e aspettativa di vita in buona salute - spiega Elena Ortona, direttrice del Centro medicina di genere dell'Istituto superiore di sanità - Considerare il sesso e il genere nelle azioni di prevenzione e di cura è necessario per promuovere l'equità e l'appropriatezza degli interventi contribuendo a rafforzare la 'centralità della persona' e ad applicare una medicina personalizzata".  Il digitale sta rivoluzionando la cardiologia preventiva, i progressi della telemedicina, dell'intelligenza artificiale e dei dispositivi indossabili, "in teoria permettono una gestione più efficiente del rischio cardiovascolare e una maggiore aderenza terapeutica, con benefici per i pazienti che così assumono un ruolo attivo nella gestione della propria patologia e del regime terapeutico, e con un risparmio per il Servizio sanitario nazionale", sottolinea Enrico Caiani, Politecnico Milano Irccs Istituto Auxologico italiano. In questo contesto, particolare importanza assume la comunicazione tra medico e paziente. "L'aspetto psicologico gioca un ruolo fondamentale nel rischio cardiovascolare femminile - evidenzia Alessandra Gorini, psicoterapeuta e professoressa di psicologia dell'Università di Milano - La scarsa consapevolezza delle donne del proprio rischio cardiovascolare è influenzata da bias cognitivi, fattori emotivi e variabili socio-culturali. La percezione del rischio, infatti, è spesso determinata da un insieme di fattori ed esperienze personali, piuttosto che da dati oggettivi. Migliorare la comunicazione e la relazione medico-paziente, anche con l'ausilio di soluzioni tecnologiche, può dunque promuovere un cambiamento psico-comportamentale che risulti in una prevenzione cardiovascolare più efficace e consapevole". Promuovere un cambio di paradigma nella gestione delle patologie cardiovascolari femminili, e più in generale nella salute delle donne, richiede un approccio olistico e multidisciplinare nonché l'impegno a lungo termine per un'alleanza tra istituzioni, professionisti della salute, ricercatori e opinione pubblica. In prima linea a raccogliere questa sfida - conclude la nota - c'è Daiichi Sankyo Italia. "Cambiare l'attuale paradigma rappresenta un percorso lungo e non privo di ostacoli, ma continueremo a fare tutto il possibile per sostenere i decisori politici, le istituzioni sanitarie, le campagne di sensibilizzazione delle associazioni dei pazienti e la ricerca, perché l'impegno di Daiichi Sankyo nel proteggere le persone dalle malattie va oltre lo sviluppo di nuovi trattamenti efficaci - chiosa Joanne Jervis, Managing Director & Head of Specialty Business Division di Daiichi Sankyo Italia - I bisogni dei pazienti sono una nostra priorità, e prendere in considerazione le differenze di genere è fondamentale per applicare una medicina e una cura personalizzate, al fine di migliorare la qualità della vita e la prosperità delle future generazioni, in qualunque parte del mondo".  ---salutewebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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