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06 Maggio 2026
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Da mercoledì a domenica mattina: così il Cavo Napoleonico ha “salvato” dalle piene il bacino del Reno

Quattordici milioni di metri cubi. È la quantità d’acqua che, nell’arco di circa 40 ore, da venerdì a domenica scorsa, il Cavo Napoleonico ha scaricato dal Reno nel Po. Un volume enorme, decisivo per ridurre il picco di piena in passaggio sul Reno e per mantenere i livelli all’interno degli argini nel tratto di valle, verso Gallo, Gandazzolo e Ravenna. Se il peggio, anche nel bacino del Reno, è stato scongiurato, dunque, lo si deve ancora una volta al Cavo Napoleonico, il canale artificiale lungo 18 chilometri che, partendo dalla località di Sant’Agostino, nel ferrarese, collega, appunto, il Reno con il Po. Una vera e propria valvola di sfogo: al Cavo, infatti, è affidato lo ‘scolmo’ delle piene del Reno più gravose verso il Po, che con la sua maggiore ampiezza può accogliere notevoli quantitativi di acqua. È anche dal Cavo, quindi - in gestione all’Agenzia regionale per la Sicurezza Territoriale e la Protezione civile (Ufficio territoriale di Bologna) - che dipende la sicurezza della bassa pianura bolognese, ferrarese e, in parte, ravennate.

Gli eventi meteo e le operazioni (già iniziate mercoledì) sul Cavo

Con l’ultimo evento meteo, si è registrato un significativo innalzamento dei livelli idrometrici su tutti i corsi d’acqua del bacino del Reno, con particolare attenzione al Reno stesso. Le misurazioni all’idrometro della Chiusa di Casalecchio, alle porte di Bologna, avevano da subito confermato le condizioni critiche previste per l’intera asta fluviale, in particolare nel tratto più delicato, noto come Cavo Benedettino, che si estende da Sant’Agostino per circa 30 chilometri e si collega all’antico corso abbandonato del Po di Primaro, per arrivare fino al mare. Per far fronte a questa situazione, è stato necessario attivare uno dei più importanti sistemi idraulici del territorio: l’opera Reno Panfilia, il Cavo Napoleonico e l’opera Po. E farlo con tempestività, anticipando il passaggio della piena. Il personale tecnico dell’Agenzia regionale ha iniziato le operazioni già mercoledì 12 marzo, pianificando le manovre in base all’evoluzione delle condizioni meteo e ai livelli del fiume Po, destinazione finale delle acque deviate. Giovedì 13, intorno alle ore 9, è iniziato lo svuotamento preventivo del Cavo, con il rilascio nel Po di poco meno di 3 milioni di metri cubi d’acqua. Venerdì 14, alle ore 17, è stata aperta la diga tracimante sul Reno, permettendo di deviare parte della piena nel Cavo e di condurla, dopo circa 4 ore, nel Po: in quel momento il Grande fiume presentava livelli inferiori rispetto a quelli del Cavo, che erano in forte crescita a causa dell’afflusso delle acque del Reno. Nell’arco di circa 40 ore, il Cavo ha scaricato nel Po circa 14 milioni di metri cubi d’acqua: una quantità significativa che ha permesso di ridurre il picco di piena e di mantenere i livelli all’interno delle arginature nel tratto di valle, senza peraltro attivare lo “sfioratore del Gallo”, utilizzato eccezionalmente lo scorso ottobre. Alle ore 8 circa di domenica 16 sono iniziate le operazioni di chiusura del Cavo e la verifica di eventuali danni causati dall’uso prolungato.

Manovre anche sul Savena Abbandonato e Suviana

Nei giorni scorsi sono state effettuate ulteriori manovre sugli impianti idraulici del bolognese per proteggere l’argine ricostruito del Savena Abbandonato in località Boschi. Gli alti livelli del Reno avevano infatti richiesto la chiusura delle chiaviche di Gandazzolo ed era necessario mantenere comunque più contenuto del solito il livello all’interno del canale Savena Abbandonato nella sezione terminale. Si è intervenuti contemporaneamente con diverse azioni, in continuo raccordo con il personale del Consorzio della Bonifica Renana. Sono stati attivati e manovrati, con gradualità, gli scaricatori delle acque del Savena Abbandonato verso il Canale Consortile della Botte, a sua volta diretti agli impianti idrovori del Consorzio. Si è contemporaneamente agito sulla traversa di Bentivoglio del Navile per convogliare parte della portata nel tratto storico del Navile stesso, alleggerendo così il Diversivo, che conduce le acque del Navile nel Savena Abbandonato. Si è agito, inoltre, sull’apertura di una chiavica del Diversivo per ridurne, seppur limitatamente, la portata. Infine, l’attivazione della Cassa Navile da parte del personale dell’Agenzia regionale ha permesso di invasare acqua proveniente dal canale Navile stesso, contribuendo in maniera significativa a limitare ulteriormente l’apporto idrico al sistema Diversivo-Savena Abbandonato.

La situazione è al momento resa più gestibile dalla diminuzione generale dei livelli idrometrici, ma le manovre sono tuttora in corso: si attende di poter riaprire lo scarico naturale del Savena Abbandonato nel Reno, non appena i livelli lo permetteranno. Infine, è stata concordata un’ulteriore e importante azione con i gestori della Diga di Suviana, prevedendo un parziale svuotamento dell’invaso prima dell’arrivo delle precipitazioni più intense. Questo ha consentito un importante effetto di laminazione nel momento più critico, in cui per la diga è stato possibile scaricare una portata leggermente inferiore a quella degli immissari di monte, sostenuta a causa delle piogge.

Breve storia del Cavo

Il Cavo Napoleonico, formalmente conosciuto come “scolmatore di Reno”, è un canale artificiale che collega il fiume Reno, partendo da Sant’Agostino (in località Panfilia), al fiume Po, e precisamente presso Salvatonica, in comune di Bondeno. Si tratta di un tragitto di circa 18 chilometri, la cui idea progettuale risale ai primi anni dell’Ottocento, a opera degli ingegneri di Napoleone Bonaparte. L’impianto, completato dall’allora Ufficio Speciale per il Reno e collaudato a metà degli anni Sessanta del secolo scorso, è ora in gestione all’Agenzia regionale per la Sicurezza Territoriale e la Protezione civile (Ufficio territoriale di Bologna). Il Cavo ha in realtà una doppia funzione: accogliere parte delle acque del Reno durante il periodo di piena e condurle al Po (scolmatore), ma anche alimentare, con flusso invertito, il Canale Emiliano-Romagnolo per l’irrigazione dei campi quando i corsi d’acqua hanno portate insufficienti ai fabbisogni estivi.

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