Morte Laila El Harim, la sorella in aula: “Macchinario difettoso, Laila aveva paura”
CAMPOSANTO- "Laila aveva paura per la sua incolumità, due settimane prima della tragedia mi ha confidato di essere molto preoccupata per un malfunzionamento elettrico del macchinario che utilizzava"- è quanto ha dichiarato in aula Najoua El Harim, sorella di Laila El Harim: l'operaia, residente a Bastiglia, rimasta schiacciata da una fustellatrice all'azienda Bombonette di Camposanto.
Il processo, partito il 6 aprile dopo il rinvio della prima udienza lo scorso gennaio, si trova ora in una fase decisiva.
Il 26 maggio sono stati sentiti i testimoni dell'accusa, tra cui la sorella di Laila e il marito. Najoua El Harim ha raccontato quanto Laila avesse "segnalato più volte i problemi della fustellatrice".
Il processo, presieduto dalla giudice Natalina Pischedda, vede alla sbarra Fiano Setti, fondatore e legale rappresentante dell'azienda, il nipote Jacopo Setti, delegato alla Sicurezza, e la stessa azienda in quanto soggetto giuridico.
Omicidio colposo in concorso l'ipotesi di reato contestata agli imputati, con l'aggravante della violazione delle norme antinfortunistiche.
Nel corso dell'udienza di venerdì scorso sono stati sentiti anche i tecnici Spisal- che hanno condotto le indagini- e alcuni colleghi di Laila.
Manuele Altiero, marito della vittima, ha poi spiegato la differenza tra i macchinari della Bombonette e quelli che Laila utilizzava nell’azienda in cui lavorava in precedenza: "Su quella macchina non era stata addestrata. Anche l’operatore che la affiancava era inesperto. Sono 25 anni che lavoro in questo settore e mia moglie si lamentava della scarsa sicurezza e della scarsa professionalità all’interno dell’azienda. Il dipendente più ‘anziano’ del reparto fustellatura lavorava lì da sei mesi appena".
Sono stati ascoltati il collega della vittima che quella mattina era impegnato su un’altra macchina e un elettricista che era intervenuto due volte sul macchinario a causa di una fotocellula difettosa: "Avevo rimesso a posto le fotocellule due settimane prima dell’infortunio- ha dichiarato l'uomo- poiché il macchinario non funzionava".
La famiglia di Laila El Harim è assistita dall’avvocato Dario Eugeni, del Foro di Bologna, e e da Studio3A-Valore S.p.A., società specializzata a livello nazionale nel risarcimento danni e nella tutela dei diritti dei cittadini.
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